Robert Redford se n’è andato il 16 settembre 2025, a 89 anni, nella sua casa di Sundance, nello Utah, il rifugio che aveva costruito come luogo dell’anima oltre che come santuario del cinema indipendente. È morto lì dove aveva piantato radici profonde, circondato dagli affetti più intimi, in quel paesaggio montano che più di ogni altro raccontava la sua sensibilità per la natura e la sua visione di libertà. La notizia ha fatto il giro del mondo come la fine di un’epoca: non solo perché se ne va un attore simbolo della Hollywood classica, ma perché con lui si spegne una voce che aveva scelto di restare autentica anche quando il sistema gli offriva fama facile e scorciatoie luminose.

Nato a Santa Monica nel 1936, Redford aveva mosso i primi passi non come attore ma come artista. Sognava la pittura, viaggiò in Europa per studiare, frequentò atelier e accademie prima di tornare a New York e dedicarsi alla recitazione all’American Academy of Dramatic Arts. Il suo ingresso nello spettacolo avvenne a teatro e in televisione, ma presto il cinema lo consacrò. Con Butch Cassidy and the Sundance Kid e La stangata costruì un mito di fascino ribelle, accanto a Paul Newman, che avrebbe segnato per sempre l’immaginario popolare. Al suo fianco recitò anche Barbra Streisand in Come eravamo, film che fece sognare un’intera generazione. Negli anni Settanta divenne il volto di un cinema impegnato, capace di raccontare la politica e il giornalismo con opere come Tutti gli uomini del presidente, testimonianza di un’America inquieta e cosciente.

La sua carriera non si fermò mai al ruolo dell’eroe bello e romantico. Nel 1980, con il suo debutto alla regia, Gente comune, vinse l’Oscar e dimostrò che dietro lo sguardo magnetico si nascondeva un narratore complesso, capace di scandagliare fragilità familiari e drammi interiori. Da quel momento Redford non fu più soltanto un attore di culto, ma un regista e produttore che cercava nuove strade per raccontare la realtà. Negli anni successivi non smise di mettersi in gioco, fino a ruoli maturi come All Is Lost, parabola di sopravvivenza girata quasi senza dialoghi, e The Old Man and the Gun, che volle come suo addio al grande schermo.

Fuori dal set, la sua eredità è forse ancora più imponente. Con la creazione del Sundance Institute e del Sundance Film Festival aprì un varco per il cinema indipendente, offrendo una piattaforma a giovani registi e storie che altrimenti non avrebbero mai trovato spazio nell’industria. Da quei palcoscenici sono passati autori come Quentin Tarantino, Steven Soderbergh, Darren Aronofsky. Redford aveva intuito che il futuro del cinema non poteva vivere soltanto dei grandi studi, ma necessitava di un terreno fertile per coltivare la diversità delle voci.

Allo stesso tempo non abbandonò mai l’impegno civile e ambientale. Ambientalista convinto, fondò insieme al figlio James – morto prematuramente nel 2020 – il Redford Center, che univa la forza del racconto audiovisivo alla battaglia per la tutela del pianeta. Nei suoi discorsi e nei suoi progetti riaffiorava costantemente la convinzione che l’arte potesse diventare uno strumento di cambiamento politico e sociale, una bussola per orientarsi nel caos contemporaneo.

La sua vita privata fu segnata da grandi gioie e dure perdite. Con la prima moglie, Lola Van Wagenen, ebbe quattro figli, di cui uno, Scott, morì da bambino. La scomparsa del figlio James segnò profondamente i suoi ultimi anni, ma accanto a lui rimase la seconda moglie, l’artista tedesca Sibylle Szaggars, con la quale aveva condiviso l’ultima parte della vita.

Di Robert Redford rimane molto più che una filmografia: resta l’idea di un cinema che non teme l’impegno, di un uomo che non ha mai separato la sua immagine pubblica dalla sua coscienza politica, di un artista che non ha avuto paura di sporcarsi le mani per difendere ciò in cui credeva. La sua bellezza fu la porta di accesso, ma la sua forza stava nell’integrità, nella volontà di guardare oltre l’apparenza, nella capacità di restituire verità.

Ora che la sua voce si è spenta, resta un’eredità culturale e morale che continuerà a parlare. I suoi film, il Sundance, le battaglie ambientali e i giovani talenti che ha sostenuto sono il lascito concreto di una vita vissuta non solo per il cinema, ma per la possibilità che il cinema fosse davvero uno specchio del mondo. E in quell’immagine, limpida e ostinata, Robert Redford continuerà a vivere.

Emilia Cassani Guralata - laureata in psicopedagogia, oggi, affermata Senior Social Media Strategist e Collaboratrice Editoriale, con una vasta esperienza nella gestione delle principali piattaforme social - sia per aziende che per privati. Founder canale Telegram: @traccesocial

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