La nuova proposta di bilancio dell’Unione Europea riduce drasticamente la quota destinata alla Politica Agricola Comune. Tra proteste, riforme e promesse di compensazione, gli agricoltori temono una crisi strutturale.

Il settore agricolo europeo si trova di fronte a una svolta potenzialmente drammatica. La Commissione Europea, con la presentazione del nuovo Quadro Finanziario Pluriennale 2028–2034, ha annunciato una riduzione significativa degli aiuti destinati all’agricoltura, suscitando reazioni accese da parte di eurodeputati, associazioni di categoria e agricoltori in tutta Europa2.

Il bilancio complessivo dell’Unione Europea per il prossimo settennio sarà il più alto di sempre, 2.000 miliardi di euro. Tuttavia, la quota destinata alla Politica Agricola Comune (PAC) scende da 386,6 miliardi (nel periodo 2021–2027) a 300 miliardi di euro, con una riduzione reale stimata tra il 20% e il 30% se si considera l’inflazione.

La PAC, che negli anni ’80 rappresentava oltre il 70% del bilancio UE, oggi scende al 16,5%, segnando una progressiva marginalizzazione del settore agricolo nelle priorità europee.

La Commissione ha proposto di fondere i fondi agricoli e quelli per lo sviluppo regionale in un unico mega-fondo da 865 miliardi di euro, all’interno del quale l’agricoltura riceverà un “sostegno al reddito” pari a 300 miliardi. Tuttavia, questa cifra non riguarda più solo i pagamenti diretti, ma anche iniziative cofinanziate che prima rientravano nello sviluppo rurale.

Sono previsti una riserva agricola da 6,3 miliardi di euro per affrontare crisi di mercato, seguito da un meccanismo di adeguamento all’inflazione per proteggere gli agricoltori dalla volatilità dei prezzi, per aggiungere pagamenti di transizione fino a 200.000 euro per aziende che adottano piani di trasformazione sostenibile. Poca cosa, non certo quello che si attendevano le associazioni di rappresentanza nei vari Paesi UE.

La proposta ha scatenato proteste immediate. Il 17 luglio è stato ribattezzato il “Mercoledì nero dell’agricoltura europea”, con manifestazioni simboliche e dichiarazioni forti da parte di Copa-Cogeca, la principale lobby agricola europea. Infatti, secondo gli agricoltori “La Commissione sta smantellando la dimensione comune della PAC, rinazionalizzando gli aiuti e mascherando i tagli come semplificazioni amministrative.” Anche in Parlamento europeo, eurodeputati di diversi schieramenti hanno criticato duramente il piano. Herbert Dorfmann (PPE) ha dichiarato: “State raddoppiando il bilancio, ma tagliate del 25% la PAC. Non chiamatelo successo.”

La Commissione ha giustificato i tagli con la necessità di finanziare nuove priorità, tra cui la difesa e la sicurezza comune con un fondo dedicato da 451 miliardi, i rimborsi del Recovery Fund  e un sostegno all’Ucraina affiancato ad una politica di gestione delle frontiere.  Sono poi riconfermati i fondi destinati alla transizione ecologica, il Green Deal resta intatto con 700 miliardi vincolati.

Sono tutti concordi sul fatto che questa ridefinizione delle priorità ha sollevato dubbi sul futuro dell’agricoltura europea, soprattutto in termini di sovranità alimentare, competitività e sostenibilità. Per l’Italia, uno dei principali beneficiari della PAC, la riduzione degli aiuti potrebbe avere ripercussioni gravi, in primis comporterà un minore sostegno alle aziende agricole di piccole e medie dimensioni, seguito dal rischio di abbandono delle aree interne e montane, per questo risulterà di estrema difficoltà mantenere pratiche agricole sostenibili e biologiche.

Tutte le associazioni in rappresentanza del settore concordano sul fatto che ridurre gli aiuti europei all’agricoltura significa non solo mettere in difficoltà migliaia di aziende agricole, soprattutto quelle piccole e familiari, ma significa minacciare l’autosufficienza alimentare e impoverire l’identità culturale dei territori. Non è solo un rischio economico: è una fragilità democratica e ambientale.

Il Decreto Omnibus 2025 ha cercato di compensare con fondi nazionali, i 47 milioni per l’innovazione agricola, i 5 milioni per la filiera suinicola, il cofinanziamento statale per i programmi PAC regionali secondo molti operatori, non basteranno a colmare il vuoto lasciato dai tagli europei.

“Chiediamo all’Europa di tornare ad ascoltare la terra, – interviene il presidente di Acli Terra Nicola Tavoletta – i suoi custodi, le comunità rurali. Di investire in agricoltura non come settore marginale, ma come infrastruttura di civiltà, motore del benessere, garanzia di equità tra le regioni e leva fondamentale per una transizione ecologica credibile”.

La Commissione insiste sul fatto che “l’agricoltura sarà rafforzata” grazie a sinergie con altri settori e maggiore flessibilità. Ma il mondo agricolo teme una progressiva marginalizzazione, con meno risorse, più burocrazia e maggiore instabilità. Il dibattito è destinato a durare mesi, con negoziati serrati tra Parlamento, Stati membri e Commissione. In gioco non ci sono solo i fondi, ma la visione stessa dell’Europa rurale, se sarà ancora centrale o relegata ai margini.

“Eppure, – continua il presidente Tavoletta – bisogna ricordare che l’agricoltura non è soltanto una questione economica. È cultura radicata nei territori, è identità condivisa, è difesa della biodiversità e presidio sociale. È cibo che arriva sulle tavole, frutto di lavoro, sapere antico e innovazione. Ogni campo coltivato, ogni filiera sostenuta rappresenta un frammento di Europa viva e resiliente. Come Acli Terra ci faremo promotori di una mobilitazione costruttiva, attenta, ma ferma.  L’agricoltura deve tornare al centro dell’agenda politica e sociale dell’Unione Europea. Abbiamo bisogno di risorse, sì, ma anche di visione, riconoscimento e rispetto”, conclude il massimo rappresentante di Acli Terra.

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