C’è un momento, nella vita politica di un Paese, in cui le cronache del giorno smettono di essere soltanto resoconti e si trasformano in indizi di un cambiamento più vasto, più profondo.

È quanto accade oggi con il risultato di Avanti Campania PSI, una lista nata quasi in sordina e divenuta nel giro di poche settimane la sorpresa più significativa del panorama politico meridionale. Sessantamila? Centoventimila? Poco importa il dato esatto; ciò che conta è il senso, la direzione, la traiettoria. In una regione, la Campania, dove l’astensione supera ormai la metà degli aventi diritto, in un’Italia che sembra aver smarrito il gusto del partecipare, un pezzo di elettorato ha scelto di tornare a votare perché ha intravisto un progetto diverso. E questo progetto ha un nome: Enzo Maraio.

La sua intuizione, perché di intuizione si tratta, un misto di calcolo politico, sensibilità storica e ostinazione personale, risale al Congresso di Napoli. Ma era in cantiere da mesi, forse da anni, come tutte le cose che maturano lentamente. Non si è trattato di un colpo di teatro, ma di un lavorìo paziente: capire che il vecchio socialismo, quello dei diritti di cittadinanza e delle riforme profonde, non poteva più sopravvivere come un reperto museale, né rinascere sotto forma di slogan nostalgici. Doveva diventare qualcos’altro. Il luogo d’incontro tra tradizioni politiche che un tempo si guardavano negli occhi da posizioni diverse e oggi, paradossalmente, si scoprono affini nella difesa di un’idea semplice e antica, quello della giustizia sociale.

È da qui che deriva il vero miracolo politico di Maraio. Non ha riportato in vita un partito, ma una genealogia. Ha ricucito tre filoni del riformismo italiano, socialista, cattolico-democratico, civico-laico, e li ha fatti convergere in una lista capace di parlare a un’Italia che si è stancata delle bandierine, dell’identitarismo sterile, delle coalizioni improvvisate all’ultimo minuto. Quell’Italia che non si riconosce né nell’urlo né nel tecnicismo senz’anima, ma cerca un pensiero, una visione, un equilibrio. In fondo, la migliore tradizione repubblicana è nata così, da un incontro virtuoso tra culture differenti. Da quelle convergenze nacquero il Servizio Sanitario Nazionale, la scuola pubblica aperta a tutti, lo Statuto dei lavoratori, e persino i diritti civili che hanno permesso all’Italia di uscire definitivamente dal Novecento più cupo. Se oggi quel modello torna a funzionare, fosse anche in un’unica regione, è un segnale politico da non sottovalutare.

In Campania quel segnale ha assunto la forma di un risultato che non si vedeva dai primi anni Novanta. Tre consiglieri regionali eletti in tre province diverse. Una lista che supera concorrenti ben più strutturati. Un quinto posto complessivo tra destra e sinistra. E, dettaglio non trascurabile, un clima, un’aria diversa nei comitati, nelle piazze, tra i volontari. Nei loro comitati locali si percepiva non la stanca rassegnazione che spesso accompagna le campagne elettorali locali, ma la sensazione che stessero partecipando a qualcosa che stava finalmente tornando ad accadere. Che la politica, se si libera dalle pose televisive e dalle strategie di corto respiro, può ancora attirare i giovani, i lavoratori, gli esclusi. Può tornare a essere un luogo dove si discute di diritti, di opportunità, di sviluppo vero. È un’impressione che quasi sempre coincide con l’inizio di un nuovo ciclo.

Naturalmente, nessuno vince da solo. Cinquanta candidati, un gruppo dirigente coordinato con metodo, centinaia di militanti che hanno di certo lavorato strada per strada, hanno dimostrato che questo gruppo poteva trasformare una visione in un risultato. Ma è altrettanto vero che ogni collettivo ha bisogno di un punto di gravità, qualcuno che sappia indicare la rotta quando il vento si alza. E Maraio, di questo, è stato l’artefice più consapevole. Ha attraversato sondaggi falsi, guastatori, scettici e fuoco amico con la determinazione di chi crede che la politica non sia un esercizio estetico, ma un dovere civico. Ha vinto perché non ha ceduto, e perché, come accade raramente, aveva ragione.

Il successo campano non è un episodio isolato. Consiglieri eletti in Puglia, Sardegna, Basilicata. Una manciata di voti dall’ingresso in Calabria. Segnali che compongono un mosaico ancora incompleto, certo, ma significativo. Se il socialismo italiano, quello riformista, laico, democratico, doveva tornare, non poteva che farlo così, lentamente, dal basso, regione per regione, senza attendere miracoli dall’alto. Questo dimostra piuttosto che la politica, quella autentica, non nasce nei talk show. Nasce nei territori, nelle periferie, nei quartieri dove la speranza costa fatica.

E allora: diamo a Maraio quel che è di Maraio. Non come un encomio personale, ma come il riconoscimento di un metodo. Ha indicato una via in un tempo confuso. Ha ricostruito un’identità politica che sembrava dissolta. Ha dimostrato che il riformismo non è un ricordo, ma un’opzione possibile. E soprattutto ha ricordato a tutti, anche a chi da anni lo dava per morto, che il socialismo democratico può ancora parlare all’Italia, purché abbia il coraggio di rinnovarsi senza tradire sé stesso.

Nessuno può affermare con certezza se questo sarà davvero l’inizio di un nuovo ciclo. Ma si deve ammettere che per la prima volta il socialismo riformista, e non solo, dopo molto tempo, si intravede come una prospettiva che non è un miraggio. E forse è proprio qui che la politica ritorna politica, quando torna a sorprendere. Quando, come accade ora in Campania, restituisce la sensazione che il futuro non sia soltanto un algoritmo da prevedere, ma uno spazio da costruire.

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