Un parere del Viminale riapre il caso Cuomo e mette la parola “nullità” accanto al bilancio della Regione Campania. Il Consiglio regionale, che dovrebbe decidere, prende tempo. E la partita, tra ricorsi al Tar e diffide, rischia di trascinarsi per mesi.
C’è una data, il 31 dicembre 2025, che nessuno a Palazzo Santa Lucia vorrebbe più sentir nominare. Quel giorno Enzo Cuomo firma le dimissioni da sindaco di Portici e, nel giro di poche ore, giura come assessore nella giunta appena insediata di Roberto Fico. Un passaggio di consegne fulmineo, quasi coreografico. Otto mesi dopo, quella rapidità rischia di trasformarsi nel tallone d’Achille dell’intero governo regionale. Il Ministero dell’Interno, rispondendo a un’interrogazione parlamentare rimasta per mesi in un cassetto, ha certificato nero su bianco che a quella data Cuomo non aveva ancora i requisiti per sedersi in giunta. Una riga di un parere tecnico che, se confermata dal Consiglio regionale, avrebbe una conseguenza dirompente: la possibile nullità di tutti gli atti approvati dall’esecutivo Fico da gennaio a oggi. Bilancio compreso.
Per capire cosa sia successo bisogna tornare indietro, all’ultimo giorno del 2025. Cuomo, quattro volte sindaco di Portici, ex senatore Pd, uomo forte del partito nell’area vesuviana, lascia il Comune per accomodarsi sulla poltrona di assessore al Governo del territorio e al Patrimonio della neonata giunta Fico. Nello stesso atto di dimissioni inserisce una clausola che si rivelerà decisiva: rinuncia esplicitamente alla facoltà di revocarle. Un modo, nelle intenzioni, per rendere tutto immediatamente efficace e blindare il passaggio. Non è così semplice. La legge sugli enti locali, articolo 53, comma 3, del Testo unico, prevede che le dimissioni di un sindaco diventino irrevocabili solo venti giorni dopo la presentazione al consiglio comunale. È una norma pensata per evitare dimissioni-lampo usate come arma di pressione politica. Secondo i tecnici del Viminale, quella clausola di rinuncia scritta da Cuomo non vale nulla: un sindaco non può auto-esonerarsi per decreto personale da un termine di legge. Risultato: il 31 dicembre 2025, agli occhi dello Stato, Cuomo era ancora sindaco di Portici. E chi è sindaco in carica non può, per lo Statuto della Regione Campania, essere nominato assessore.
È un cavillo. Ma è un cavillo che nell’amministrazione pubblica può valere una poltrona, o un’intera manovra finanziaria. La cosa che colpisce, ricostruendo la cronologia, è quanto questa storia sia vecchia. Il giorno stesso della nomina, la consigliera regionale Carmela Rescigno, allora in Fratelli d’Italia, oggi passata a Futuro Nazionale con Roberto Vannacci, deposita un ricorso al Tar chiedendo la sospensione cautelare. I giudici amministrativi la respingono, ma non entrano nel merito: la partita resta aperta, silenziosa, per mesi. Nel frattempo la giunta tira dritto. Il 26 gennaio 2026, alla prima riunione utile, gli uffici regionali certificano, a uso interno, l’insussistenza di cause di incompatibilità. Da quel momento la macchina amministrativa non si ferma più: trenta sedute di giunta, decine di delibere, un numero imprecisato di determine dirigenziali, fino ad arrivare alla manovra di bilancio. Tutto sotto la firma, anche, dell’assessorato al Patrimonio. È solo a metà agosto, mesi dopo, nel pieno della pausa estiva, il momento in cui le notizie scomode vengono seppellite più facilmente, che il senatore di Fratelli d’Italia Sergio Rastrelli riceve la risposta a un’interrogazione presentata tempo prima. La firma è della sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro: conferma, punto per punto, la tesi di Rescigno. Il caso, dormiente da otto mesi, esplode nel giro di 48 ore. Rastrelli non perde tempo: diffida formalmente il presidente del Consiglio regionale, Massimiliano Manfredi, a “attivare le procedure per la decadenza immediata”. Nella sua ricostruzione, la giunta ha operato “in presenza e di concerto con un membro nominato in palese violazione di legge” per l’intero primo semestre di attività. Rescigno rincara: «Cuomo vada a casa. Certificata l’arroganza e lo sfregio delle leggi da parte del Pd e del presidente Fico».
Dall’altra parte, la reazione di Palazzo Santa Lucia segue un copione classico: prima si derubrica tutto a “banale polemica estiva”, poi, quando la pressione mediatica non si allenta, arriva la nota tecnica ufficiale. La linea difensiva della Regione si regge su un solo argomento, ma non banale: conta la data della prima seduta di giunta, il 26 gennaio, non quella della nomina, il 31 dicembre. E a fine gennaio, sostiene l’esecutivo, i famosi venti giorni erano ormai abbondantemente trascorsi anche nella lettura più sfavorevole. Il presidente Manfredi aggiunge un secondo argomento, più politico che tecnico: la norma statutaria richiamata dal Viminale, dice, rifletterebbe un impianto normativo superato dalle riforme che oggi consentono al presidente della Regione di nominare assessori anche esterni al Consiglio con ampia discrezionalità. Non tutti, però, in maggioranza, sono disposti a fare quadrato. Nino Simeone, capogruppo della lista che porta il nome dello stesso Fico, rompe il fronte: il parere del Viminale, dice, non può essere ignorato, e deve essere il Consiglio regionale ad assumersene la responsabilità. Una crepa piccola, ma significativa, in un partito che fino a quel momento si era mosso compatto.
C’è un particolare che rischia di passare in secondo piano nella lettura più allarmistica della vicenda, e che vale la pena mettere a fuoco: il Viminale, nello stesso parere che boccia la nomina, ammette di non avere alcun potere di far decadere nessuno. È la sottosegretaria Ferro a scriverlo esplicitamente: l’organo legittimato a dichiarare l’incompatibilità è, per legge, il Consiglio regionale della Campania. Non il governo, non il ministero. Questo trasforma un parere tecnico, per quanto autorevole, in un atto senza effetti giuridici automatici. E spiega, meglio di ogni retroscena, perché la partita si sia spostata di colpo dai tavoli romani a quelli di Napoli: la decisione, se mai arriverà, passerà dal voto di un’aula, non dalla firma di un sottosegretario. Un’aula presieduta, non a caso, da un uomo del Pd, lo stesso partito di Cuomo. Al momento in cui scriviamo, nessuna procedura di decadenza risulta calendarizzata. Cuomo continua a firmare atti come se nulla fosse.
Per capire la posta in gioco politica, e non solo giuridica, bisogna allargare lo sguardo a Portici, dove un’altra storia, parallela, ma non estranea, racconta il radicamento di Cuomo sul territorio. In vista delle comunali di maggio, l’ormai ex sindaco aveva spinto per far correre insieme entrambi i figli, Pietro e Annamaria, nelle liste del Pd. La segreteria nazionale dem, temendo che la vicenda uscisse dai confini locali, ha bloccato la doppia candidatura contemporanea. Alla fine si è presentato solo Pietro, ingegnere e dirigente comunale: eletto con 1.506 preferenze personali, secondo assoluto in tutta la competizione elettorale cittadina, dietro solo alla capolista dem. Annamaria, giurista, è stata “sistemata” con un incarico nella segreteria metropolitana del partito a Napoli. La stampa locale ha scritto apertamente di “Dynasty Cuomo”. È il tipo di consenso personale che rende un politico difficile da mollare, anche quando un ministero gli contesta la legittimità della poltrona.
Restano, in teoria, tre strade. La prima: il Consiglio regionale, prendendo sul serio la diffida di Rastrelli, avvia e chiude la procedura di decadenza — lo scenario più coerente con la lettera della norma, ma anche il più costoso politicamente, perché apre l’incognita sulla sorte degli atti già approvati. La seconda: l’aula, facendo propria la tesi della Regione sulla data rilevante, respinge la richiesta — lasciando comunque aperto il giudizio di merito ancora pendente al Tar, promosso da Rescigno, che potrebbe arrivare a conclusioni diverse dal parere ministeriale. La terza, la più probabile nel breve periodo: lo stallo. Nessun voto, nessuna calendarizzazione, mentre la vicenda continua a essere gestita a colpi di note stampa e interrogazioni, in attesa che sia la giustizia amministrativa — con i suoi tempi, mai brevi — a sciogliere il nodo al posto della politica. Nel frattempo, sullo sfondo, resta una domanda che va oltre il destino personale di un assessore: quanto vale, giuridicamente, il voto di chi non avrebbe potuto essere in quell’aula? È una domanda che la Regione Campania, con ogni evidenza, preferirebbe non veder scritta in una sentenza. Ed è esattamente per questo che, al netto delle diffide e delle interrogazioni, nessuno a Palazzo Santa Lucia ha fretta di far decidere il Consiglio. Ricostruzione aggiornata sulla base delle fonti disponibili al 19-20 agosto 2026. Il procedimento al Tar Campania è ancora pendente; nessuna procedura di decadenza risulta formalmente avviata in Consiglio







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