Comprano i debiti a pochi centesimi e pretendono il 100%: così le società di cartolarizzazione, spesso assistite da garanzie pubbliche, stanno speculando su fabbriche e posti di lavoro. Un meccanismo legale che diventa un’emergenza sociale ed economica.

Chi entra oggi in un tribunale dell’esecuzione immobiliare in Italia si imbatte in una scena sempre più frequente: capannoni produttivi messi all’asta, piccole e medie imprese costrette ad abbandonare i luoghi dove hanno lavorato per decenni, operai che rischiano il posto. Sullo sfondo c’è quasi sempre la stessa dinamica, silenziosa ma devastante: la cessione dei cosiddetti crediti deteriorati, i famigerati Npl cioè i Crediti Deteriorati, da parte delle banche a società di cartolarizzazione che li acquistano a prezzi irrisori e poi pretendono di incassarli a valore pieno.

Un caso emblematico riguarda una piccola impresa manifatturiera che, come molte altre, aveva ottenuto finanziamenti da un grande istituto italiano, UniCredit. Il rapporto si è incrinato, il credito è diventato “sofferenza” e la banca ha deciso di liberarsene cedendolo, insieme a migliaia di altri, a un veicolo specializzato. Da quel momento, il debitore non ha più avuto a che fare con la banca tradizionale ma con un soggetto finanziario la cui missione non è sostenere imprese, bensì massimizzare il recupero, anche a costo di sacrificare l’attività produttiva.

Il paradosso è noto: la cartolarizzatrice acquista il credito per una frazione del suo valore, talvolta il dieci o addirittura il cinque per cento, e si rivolge al debitore per ottenere il cento per cento più interessi e spese. Un’operazione resa possibile dal nostro ordinamento: l’articolo 58 del Testo Unico Bancario consente alle banche di trasferire interi pacchetti di crediti semplicemente pubblicando un avviso in Gazzetta Ufficiale, senza alcuna interlocuzione con chi quei debiti li deve ripagare. Formalmente legittimo, sostanzialmente una speculazione.

La giurisprudenza della Cassazione ha cercato di mettere qualche paletto, affermando che in giudizio non basta l’avviso in Gazzetta, ma è necessario che il cessionario produca il contratto di cessione integrale, con gli allegati che dimostrino come proprio quel credito sia stato incluso nel pacchetto. È un principio importante, perché costringe chi compra a dimostrare con trasparenza la titolarità delle pretese. Ma troppo spesso nei tribunali si continua a vedere la resistenza dei servicer, che invocano l’avviso come se fosse un lasciapassare universale.

C’è poi il capitolo ipoteche. La legge civile è chiara: l’iscrizione ipotecaria dura vent’anni e, se non rinnovata in tempo, perde efficacia. In quel caso il creditore non ha più il privilegio di prelazione sul ricavato della vendita forzata e diventa un creditore chirografario come gli altri. Eppure molte procedure esecutive si fondano su ipoteche già scadute, dando per scontato che il pignoramento equivalga a un rinnovo. Non è così, e la Cassazione lo ha detto esplicitamente. Ma quanti debitori sanno che la garanzia che grava sulla loro fabbrica potrebbe essere già svanita per decorso del tempo?

A complicare il quadro c’è la cornice europea. Nel 2021 Bruxelles ha varato una direttiva che impone agli acquirenti e ai gestori di Npl di comportarsi in modo trasparente, comunicando chiaramente chi è il titolare del credito, chi lo gestisce, quanto è dovuto. L’Italia ha recepito la norma con un decreto legislativo nel 2024, e la Banca d’Italia ha da poco emanato disposizioni di vigilanza che impongono presidi organizzativi, procedure di reclamo e doveri di chiarezza. In teoria, dunque, oggi i debitori dovrebbero essere più tutelati. In pratica, si continua a ricevere lettere generiche, minacce velate, conteggi incomprensibili.

Il tema della privacy aggiunge un ulteriore strato di ingiustizia. Il Garante ha sanzionato più volte società che hanno contattato coniugi, parenti o colleghi dei debitori, in aperta violazione delle regole sulla riservatezza. Telefonate preregistrate, solleciti lasciati in portineria, pressioni indebite che diventano vere e proprie forme di umiliazione sociale. È un terreno che mostra con evidenza come l’aggressività del recupero possa travalicare i confini della legalità.

Ma la contraddizione più grande riguarda lo Stato. Per aiutare le banche a liberarsi degli Npl, il Tesoro ha creato la Gacs, la garanzia pubblica sulle cartolarizzazioni di sofferenze, che copre le tranche più sicure dei titoli emessi. Un meccanismo che ha consentito agli istituti di alleggerire i bilanci e rispettare i requisiti prudenziali. Nulla di male, anzi: la stabilità del sistema è un bene pubblico. Ma se da un lato il contribuente sostiene indirettamente l’operazione, dall’altro non esiste alcun correttivo che tuteli i debitori ceduti. Le imprese si trovano così strette fra garanzie pubbliche a monte e nessuna protezione a valle.

Eppure le vie per salvare un capannone e decine di posti di lavoro esistono. Il Codice della crisi d’impresa ha introdotto strumenti come la composizione negoziata, che permette di chiedere al tribunale misure protettive e sospendere le aste mentre si negozia un piano. La legge consente anche la conversione del pignoramento in somme rateali e la sospensione consensuale delle procedure se i creditori accettano. Sono spiragli che andrebbero valorizzati di più, anche con interventi legislativi che rendano questi strumenti più rapidi e accessibili.

La questione, a ben vedere, non è tecnica ma politica. È giusto che un fondo che ha comprato un credito per pochi euro possa pretendere integralmente somme centinaia di volte superiori, spesso su immobili che rappresentano la vita di un’impresa e il reddito di un territorio? È giusto che lo Stato garantisca le banche senza pensare agli effetti a catena sulle PMI? È giusto che regole europee di trasparenza rimangano sulla carta?

Ogni capannone che chiude non è solo una cifra nei bilanci: è una fabbrica che muore, una filiera che si interrompe, famiglie che restano senza reddito. In un Paese che si definisce manifatturiero e che vive di piccole e medie imprese, la questione Npl non può essere lasciata al mercato e alle regole contabili. È un tema di equità, di etica pubblica, di futuro industriale.

La finanza speculativa ha i suoi strumenti e i suoi diritti. Ma se a beneficiarne sono pochi veicoli finanziari e a pagare sono imprese e cittadini, allora non siamo di fronte a un mercato efficiente ma a un gigantesco trasferimento di ricchezza che mina il tessuto produttivo. Perché un capannone vivo, con dentro macchine e operai, vale più di mille righe di plusvalenze nei conti di una società di cartolarizzazione.

 

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