EDITORIALE

La trasformazione dal grillismo al contismo ha tolto al movimento Cinquestelle la capacità di incendiare l’opinione pubblica e l’ha consegnato alla routine dei protocolli. La maschera della rispettabilità copre vuoti organizzativi e un radicamento territoriale che non è stato mai ricostruito. Per evitare la marginalità al Movimento definitivamente contizzato servono scelte nette, in particolare una presenza capillare e risultati amministrativi che possano essere raccontati con efficacia.

Il passaggio dal grillismo al contismo va raccontato come una trasformazione profonda, non come un semplice cambio di facce. All’inizio c’era un progetto che si reggeva su due elementi intrecciati, la capacità di spettacolarizzare il dissenso e l’uso della rete come luogo di legittimazione. Quella combinazione funzionava perché rompeva il circuito della mediazione politica tradizionale, perché offriva una scorciatoia emotiva tra indignazione e voto, e perché prometteva che la partecipazione digitale avrebbe potuto sostituire le vecchie gerarchie. Funzionava fino a quando la politica non ha chiesto conti concreti, fino a quando la protesta ha dovuto misurarsi con bilanci, nomine, responsabilità amministrative. È in quel momento che il movimento ha mostrato la sua fragilità, non per un difetto morale ma per una semplice verità istituzionale, la capacità di indignarsi non equivale alla capacità di amministrare.

Gianroberto Casaleggio ha costruito l’ossatura tecnica e simbolica del progetto, Beppe Grillo ha dato la voce e la platea. Quando l’architetto non c’è più, il vuoto diviene non solo tecnico, ma anche narrativo. Eppure sarebbe ingenuo spiegare tutto con una biografia, le ragioni profonde della crisi sono strutturali. La rete dei meetup non si è mai trasformata in una macchina amministrativa capace di governare con continuità, e dall’altra parte la piattaforma, per quanto innovativa, non ha risolto il nodo della rappresentanza e della responsabilità. E inevitabilmente quei temi che avevano fatto da collante sono stati in parte assorbiti da altri soggetti politici o banalizzati dall’uso quotidiano; il risultato è stato la creazione di un soggetto ibrido, con la faccia del partito ma senza la pelle sociale che genera consenso stabile.

In questo quadro Giuseppe Conte è entrato come figura di normalizzazione. Non è il fondatore, non è il regista della macchina comunicativa, è piuttosto la persona che il movimento ha scelto per parlare il linguaggio delle istituzioni. La sua presenza ha avuto un effetto immediato, ha rassicurato interlocutori e mercati, ha reso possibile trattative che prima sarebbero state impensabili. Ma la normalizzazione ha avuto un prezzo a tratti devastante. Dove il grillismo viveva di tensione e di capacità di mobilitare, il contismo si regge sulla gestione e sulla mediazione, e questo altro non è stata che una trasformazione della sua funzione, non certo un difetto di stile. In fondo la politica non è solo gestione, è anche tessitura di relazioni quotidiane, è capacità di offrire modelli narrativi che trovino risonanza nella vita di chi vota. È piuttosto inevitabile che ove la leadership si limita a rassicurare le élite e a governare senza ricostruire il tessuto sociale, il risultato è una forza che sopravvive ma che perde la sua spinta propulsiva. La questione dell’identità per il Movimento Cinquestelle è centrale. Il grillismo era volutamente fluido, capace di pescare voti in bacini diversi perché non si presentava come un progetto ideologico compiuto; e questa ambiguità ha rappresentato una forza straordinaria quando si trattava di aggregare consenso rapido, è diventata diversamente un limite quando lo stesso Movimento ha dovuto scegliere e rendere conto.

Il contismo, a questo punto, e inevitabilmente, ha provato a creare un profilo più definito, ma definire significa scegliere, e scegliere significa perdere, ovvero quella perdita di elettori dopo il 2018 che non è un accidente, ma la conseguenza prevedibile di una trasformazione che non ha saputo offrire una nuova identità convincente. E forse neppure più poteva alla luce delle trasformazioni e dei cambiamenti troppo repentini accorsi con l’emarginazione del suo fondatore Peppe Grillo. Dal punto di vista organizzativo la trasformazione è risultata subito incompleta. Le procedure interne, le votazioni, la formalizzazione statutaria hanno creato strumenti di legittimazione formale, ma non hanno ricostruito la capillarità territoriale che avrebbe fatto la differenza nelle tornate elettorali. Le amministrazioni locali che funzionano sono il vero laboratorio di credibilità politica, e qui il movimento ha spesso deluso, e senza referenti locali credibili, senza amministratori capaci di trasformare promesse in servizi, la parola d’ordine resta vuota. Perché alla fine la verità sta proprio nel dover riconoscere che la politica si costruisce sul quotidiano, e non sulle piattaforme.

 

La vicenda che ha portato Beppe Grillo fuori dalla sfera di comando effettiva del Movimento 5 Stelle va letta come un intreccio di conflitti personali, ristrutturazioni organizzative e calcoli politici che si sono consumati in piena vista, ma che hanno radici più profonde di quanto appaia nei titoli. Non si tratta soltanto di una “cacciata” simbolica: è il risultato di una strategia deliberata di trasformazione del Movimento da fenomeno di protesta a soggetto istituzionale, e di una lotta per il controllo del marchio, delle risorse e della legittimazione. La decisione di mettere in discussione il ruolo del garante, fino a proporne l’abolizione o la riduzione a mera funzione onorifica, è stata messa al centro della Costituente convocata da Giuseppe Conte e discussa dai 300 “saggi” estratti a sorte; l’obiettivo politico era chiaro, quello di rimuovere l’ultimo baluardo di un’autorità esterna che poteva bloccare o condizionare la linea del nuovo corso. Il percorso è stato tecnico e politico insieme, sul piano tecnico si è giocata la partita sullo statuto, sulle regole interne e sul controllo del simbolo, basti pensare al simbolo e al nome del Movimento che sono legati a strutture associative che hanno storicamente dato a Grillo una leva concreta: possedere il marchio significa avere potere di veto su identità e patrimonio simbolico. Per aggirare questo vincolo, la strategia contiana ha puntato a ridefinire le cariche, a rivedere i limiti dei mandati e a trasferire la legittimazione dal “garante” a organi elettivi e procedure interne che potessero essere controllate dal nuovo gruppo dirigente. Il risultato pratico è stato la proposta, e poi l’approvazione da parte degli iscritti in varie fasi del processo costituente, di cancellare o svuotare il ruolo del garante, di rivedere il tetto dei mandati e di aprire la porta alle alleanze programmatiche.

 

Sul piano politico la mossa ha avuto due effetti immediati, il primo è stata la neutralizzazione della figura di Grillo come contrappeso simbolico, in quanto togliere poteri al garante significava togliere a Grillo la capacità di bloccare cambi di nome, di simbolo o di linea politica. Il secondo effetto è stata la costruzione di una nuova legittimità interna che passasse attraverso votazioni, assemblee e procedure che, pur essendo formalmente democratiche, sono state organizzate in modo da favorire la leadership emergente. Non è un caso che la Costituente sia stata presentata come un processo di “rinnovamento” e “normalizzazione”, con evidente significato semantico che ha voluto la retorica della modernizzazione elemento di copertura della manovra di concentrazione del potere decisionale nelle mani di chi controlla le procedure. Le reazioni di Grillo sono state forti e pubbliche, e non solo retoriche. Ha parlato di “evaporazione” del Movimento e ha rivendicato il diritto alla sua stessa estinzione come creatore; ha denunciato tradimenti e ha usato toni apocalittici per descrivere la trasformazione in atto. Ma le sue proteste si sono scontrate con una realtà organizzativa che, nel frattempo, aveva già messo in moto meccanismi concreti, che potevano fare affidamento, a quel punto, sulla modifica delle regole associative, sulla ridefinizione dei ruoli, sulla raccolta di consensi online e nelle assemblee. In termini pratici, la decisione degli iscritti di eliminare o ridurre il ruolo del garante è stata la leva che ha reso possibile la “separazione” di fatto tra il fondatore simbolico e il Movimento come soggetto politico operativo.

Non bisogna però cadere nell’errore di leggere la vicenda solo come un conflitto personale tra Conte e Grillo. Ci sono motivazioni strutturali che spiegano perché la leadership abbia ritenuto necessario questo passaggio. Il Movimento, dopo le esperienze di governo, aveva bisogno di interlocutori credibili per trattare con partiti, istituzioni europee e mercati; aveva bisogno di una forma di rappresentanza che non fosse continuamente messa in discussione da un’autorità esterna con poteri simbolici e materiali. Inoltre, la pressione elettorale e la necessità di costruire alleanze hanno reso politicamente costoso mantenere intatto un assetto che poteva essere percepito come anomalo o ingovernabile. In questo senso la rimozione del ruolo del garante è stata anche un atto di “normalizzazione” funzionale alla sopravvivenza politica del Movimento nella nuova fase.  Le conseguenze pratiche e simboliche sono state molteplici e ambivalenti. Da un lato, il Movimento ha guadagnato in prevedibilità e in capacità di negoziare; dall’altro tuttavia ha perso un pezzo della sua identità originaria e si è esposto a critiche di opportunismo e di svendita della memoria politica. Sul piano giuridico resta aperta la partita del controllo del marchio e delle risorse collegate, anche se il ruolo del garante viene abolito, la proprietà formale del simbolo e le relazioni contrattuali con le associazioni che lo detengono possono continuare a generare contenziosi e tensioni. Sul piano elettorale, la mossa può consolidare una base moderata ma rischia di accelerare la fuga degli elettori di protesta verso altre offerte politiche o verso l’astensione.

 

Infine, qualche considerazione strategica dobbiamo pure farla, prima di chiudere la sezione specifica. La rimozione di Grillo dal ruolo di garante è stata una soluzione tattica efficace per chi vuole trasformare il Movimento in un attore governativo stabile, ma non è una cura miracolosa. Se non si accompagnano queste modifiche istituzionali a una ricostruzione del radicamento territoriale, a una chiarezza programmatica e a una capacità amministrativa dimostrabile, la normalizzazione rischia di diventare una maschera che nasconde la perdita di sostanza. In termini di dinamiche interne, la vicenda lascia un’eredità di fratture che possono riemergere in futuro sotto forma di scissioni, contenziosi legali o campagne di delegittimazione reciproca. In termini di sistema politico, invece, la trasformazione segna la fine di un’epoca, quella in cui un comico poteva incarnare una protesta che si reggeva su una piattaforma e su meetup. Il nuovo corso ha scelto la governabilità; resta da vedere se la governabilità basterà a costruire una nuova legittimità di massa.

Veniamo ora alla questione che interessa più direttamente chi legge: la prospettiva numerica. Per ragionare con chiarezza è utile fissare un’unità di misura semplice. In una tornata nazionale con circa quaranta milioni di voti espressi, un punto percentuale corrisponde a circa quattrocentomila voti. Con questo metro, il risultato europeo attorno al dieci per cento si traduce in poco più di due milioni trecentomila voti, cifra che già segnala una compressione rispetto ai picchi del passato. Su questa base si possono costruire scenari concreti e pragmatici. Il primo scenario è quello della stabilizzazione bassa. Qui il movimento si assesta tra il cinque e il sette per cento. In termini numerici significa muoversi tra due e tre milioni di voti, più o meno. È lo scenario più probabile se il Movimento non interviene con una ricostruzione territoriale significativa. In questa condizione il M5S resta utile per equilibri parlamentari, ma perde la capacità di imporre l’agenda politica, in altri termini, diventa un partner negoziale, ma non un protagonista.

Il secondo scenario è un recupero moderato, che significa in questo caso che il consenso si colloca tra l’otto e il dodici per cento, con un bacino che va dai circa tre milioni duecentomila ai quattro milioni ottocentomila voti. Per raggiungere questa soglia servono tre condizioni non banali. La prima è una leadership che non sia solo figura di gestione ma capace di incarnare un progetto credibile. La seconda è l’investimento reale nelle strutture locali, non con slogan ma con persone e risorse. La terza è la capacità di rivendicare temi che non siano facilmente riproponibili dagli avversari, tuttavia questo percorso è possibile, ma richiede tempo, disciplina e la volontà di fare scelte che spiazzano. Il terzo scenario è il peggiore, quello della marginalizzazione. Se si sommano scissioni, incapacità di amministrare dove si governa e perdita di credibilità su dossier chiave, il movimento può scivolare sotto il cinque per cento. In termini pratici significa perdere una dimensione parlamentare significativa e diventare un attore residuale, utile solo come pedina tattica, ma per per altri. Questo esito è auto‑alimentante, perché la marginalità riduce risorse e visibilità, e la perdita di visibilità alimenta ulteriore marginalità.

Naturalmente queste proiezioni non sono profezie, sono semplici strumenti di lettura. Esse indicano dove concentrare le energie, che dal punto di vista strettamente programmatico e strategico significa che il Movimento, se vuole realmente evitare la trappola della marginalità, deve fare inevitabilmente e necessariamente; in ordine: la prima è ricostruire la presenza territoriale, con amministrazioni che funzionano e con una rete di referenti locali credibili; la seconda è scegliere priorità politiche chiare, poche e misurabili, che possano essere difese con risultati concreti; la terza è rinnovare la capacità comunicativa, non per tornare alla teatralità del passato ma per trasformare i risultati amministrativi in “narrazioni” che parlino alla vita quotidiana delle persone. La scelta strategica è dunque netta e dolorosa, e allora Conte dovrà scegliere in fretta,  può optare per la nicchia, accettando una dimensione più modesta ma stabile, oppure tentare la ricomposizione sociale, con tutti i rischi che questo comporta. Nessuna delle due strade è indolore. Chi guarda a queste vicende con gli occhi della scienza politica vede un caso esemplare della difficoltà di trasformare la capacità di indignarsi in capacità di amministrare. È una lezione che vale per i Cinquestelle e per chiunque pensi di costruire politica sulla rottura senza costruire, nello stesso tempo, le condizioni della durata.

Concludo con un giudizio netto e pragmatico. Il contismo ha dato al movimento una maschera rispettabile, ma la maschera non coincide con la faccia, e senza un lavoro di tessitura sociale e senza scelte programmatiche nette, la trasformazione non potrà che restare incompiuta. Il M5S può sopravvivere come forza parlamentare utile, oppure può provare a reinventarsi come soggetto politico con una nuova base sociale, è chiaro che entrambe le strade sono possibili, ma nessuna è indolore. Chi vuole contare davvero deve tornare a fare politica dove la politica si fa, nelle città, nei municipi, nelle scuole, nei servizi, e non solo nelle piattaforme e nei talk show.

 

 

 

 

 

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