
L’analisi di Unimpresa sui dati della Corte dei conti fotografa 484 amministrazioni coinvolte in 485 procedure alla fine del 2025. Quasi due terzi dei casi si concentrano in Sicilia, Campania e Calabria. Aumentano i piccoli municipi in difficoltà, mentre il risanamento condiziona investimenti, servizi e rapporti con le imprese.
La crisi finanziaria dei Comuni riguarda una minoranza delle amministrazioni italiane, ma coinvolge una parte consistente della popolazione e concentra passività per miliardi di euro. Sono circa 6,5 milioni i cittadini che vivono in enti alle prese con dissesti e percorsi di riequilibrio, mentre la massa passiva complessivamente da assorbire raggiunge 6,2 miliardi di euro. È quanto emerge dall’analisi del Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato i dati della Corte dei conti e ricostruito la situazione al 31 dicembre 2025. A quella data risultavano attive 485 procedure, riferite a 484 amministrazioni comunali: 227 dissesti, 256 procedure di riequilibrio e due piani bocciati. Rispetto ai 7.896 Comuni italiani, gli enti interessati rappresentano il 6,1% del totale. Un dato che conferma come la grande maggioranza dei municipi resti fuori dalle procedure di crisi conclamata, ma che da solo non basta a misurare la portata del problema. Se si considera la popolazione amministrata, infatti, l’incidenza sale a circa l’11% dei residenti in Italia: all’incirca una persona su nove vive in un territorio il cui Comune deve affrontare uno squilibrio finanziario già emerso.
La distanza tra il peso degli enti coinvolti e quello dei loro abitanti mostra che il fenomeno non riguarda soltanto piccoli municipi, ma interessa anche città nelle quali la complessità amministrativa può rendere più difficile il risanamento. La dimensione economica è altrettanto significativa. Rapportando i 6,2 miliardi di massa passiva ai circa 6,5 milioni di residenti interessati, si ottiene un valore medio di 954 euro per abitante. Questa cifra non rappresenta un debito personale, né indica una somma che ciascun cittadino sarà chiamato a versare o un aumento automatico delle imposte: serve a descrivere il peso delle passività comunali rispetto alla popolazione dei territori coinvolti. Un altro rapporto restituisce una media teorica di circa 12,8 milioni di euro per amministrazione, ma anche questo valore va letto tenendo conto delle profonde differenze tra gli enti, sia per dimensioni demografiche sia per situazione finanziaria. La distribuzione delle procedure evidenzia due componenti quasi equivalenti.
I dissesti sono 227, pari al 46,8% del totale, mentre i riequilibri sono 256, il 52,8%; a questi si aggiungono i due piani bocciati. La lieve prevalenza dei riequilibri segnala il peso delle amministrazioni che cercano di correggere i propri conti attraverso un percorso pluriennale, prima o in alternativa alla dichiarazione di dissesto. Una parte rilevante del risanamento si gioca dunque nella fase in cui lo squilibrio è già manifesto, ma viene affrontato attraverso un programma di recupero. La mappa territoriale mostra un divario netto. Sicilia, Campania e Calabria concentrano 315 delle 485 procedure attive, pari al 64,9% del totale nazionale. La Sicilia guida la graduatoria con 110 procedure, il 22,7% del totale, suddivise tra 71 dissesti e 39 riequilibri. Segue la Campania con 104, pari al 21,4%, di cui 46 dissesti e 58 riequilibri. La Calabria ne conta 101, il 20,8%: 61 dissesti e 40 casi nell’area del riequilibrio, includendo in quest’ultima anche i due piani bocciati. A distanza si colloca il Lazio, con 50 procedure, il 10,3% del totale, ripartite tra 14 dissesti e 36 riequilibri. La Puglia ne registra 31, pari al 6,4%, con nove dissesti e 22 riequilibri. Considerate insieme, queste cinque regioni raccolgono 396 procedure, l’81,6% dell’intero quadro nazionale.
Nelle altre regioni i numeri sono più contenuti, pur con situazioni che richiedono attenzione: il Piemonte conta 20 procedure, cinque dissesti e 15 riequilibri; l’Abruzzo 16, rispettivamente sette e nove; il Molise 15, due dissesti e 13 riequilibri; la Lombardia 13, cinque e otto. Seguono la Liguria con otto procedure, due dissesti e sei riequilibri, e la Basilicata con sette, tre dissesti e quattro riequilibri. La Toscana ne registra tre, un dissesto e due riequilibri, mentre Emilia-Romagna e Umbria ne contano due ciascuna, tutte di riequilibrio. Trentino-Alto Adige e Veneto presentano una procedura di riequilibrio ciascuno; le Marche un dissesto. Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna non registrano procedure attive nella rilevazione considerata. La concentrazione nel Mezzogiorno non emerge soltanto dalla fotografia di fine 2025, ma trova conferma nella serie storica: delle 1.448 procedure di dissesto e riequilibrio attivate complessivamente fino a quell’anno, Calabria, Campania e Sicilia ne raccolgono 921, pari al 63,6%. In particolare, le attivazioni sono state 350 in Calabria, 306 in Campania e 265 in Sicilia; sul totale storico, il Lazio pesa per l’8,3% e la Puglia per il 6,2%. Un’altra chiave di lettura riguarda le dimensioni dei municipi. Al 31 dicembre 2025 sono 269 i Comuni in crisi con meno di 5.000 abitanti, contro i 255 dell’anno precedente: 14 in più in dodici mesi, con un incremento del 5,5%.
Questi enti costituiscono oltre la metà delle amministrazioni coinvolte e pongono un problema specifico di capacità amministrativa. Strutture tecniche ridotte e risorse professionali limitate possono rendere più difficile la gestione di squilibri complessi, dalla ricostruzione dei conti alla programmazione del recupero. All’estremo opposto, i Comuni in difficoltà con più di 30.000 abitanti sono 47, cinque in meno rispetto all’anno precedente. La diminuzione in questa fascia non cancella il peso delle crisi urbane, che coinvolgono un numero elevato di residenti e amministrazioni chiamate a gestire una rete articolata di servizi. “I numeri mostrano due realtà che dobbiamo leggere insieme”, osserva il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. Da una parte, oltre nove Comuni su dieci restano fuori dalle procedure, un elemento che sostiene la valutazione di sostanziale solidità complessiva del sistema delle autonomie locali; dall’altra, nei territori in difficoltà vivono milioni di persone e si accumulano passività superiori a sei miliardi. “Dietro queste cifre non ci sono soltanto bilanci comunali, ma comunità, famiglie e imprese”, sottolinea Longobardi. Le conseguenze possono infatti estendersi oltre gli uffici finanziari: uno squilibrio profondo può ridurre la capacità di programmare investimenti, condizionare qualità e continuità dei servizi e complicare i rapporti con i fornitori. Per le piccole imprese, soprattutto nei centri minori, il Comune è un interlocutore essenziale dell’economia locale e le sue difficoltà possono ripercuotersi sulle possibilità di sviluppo del territorio. Un’amministrazione impegnata per anni nel risanamento dispone di margini finanziari più stretti e deve destinare una parte significativa delle proprie energie alla correzione dei conti.
Per questo, secondo Unimpresa, la risposta non può esaurirsi nella gestione delle procedure già aperte. “Occorre perciò spostare progressivamente l’attenzione dalla gestione della crisi alla sua prevenzione”, afferma Longobardi. Accanto agli enti con difficoltà conclamate, gli analisti richiamano l’esistenza di amministrazioni con criticità ancora latenti, da individuare attraverso gli indicatori finanziari, compreso il Fondo crediti di dubbia esigibilità. La priorità è intercettare gli squilibri prima che diventino più gravi, migliorando la capacità di riscossione, la programmazione di bilancio e i sistemi di allerta. Nei piccoli Comuni, questo percorso richiede anche assistenza tecnica e competenze adeguate alla complessità dei problemi. L’obiettivo, sottolinea il Centro studi, deve essere duplice: ridurre il numero delle crisi esistenti e contenere l’ingresso di nuove amministrazioni nelle procedure. È su questo terreno che Unimpresa sollecita una strategia stabile tra istituzioni centrali, Regioni e autonomie locali, perché la tenuta dei conti comunali incide sulla capacità dei territori di garantire servizi, sostenere gli investimenti e accompagnare l’attività delle imprese.





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