
Due riti secolari, lontani sulla mappa ma uniti dal fuoco della tradizione: a Castel d’Ario i bigoi con le sardèle sfidano il Mercoledì delle Ceneri, mentre a Santhià 20.000 porzioni di fagioli svaniscono in mezz’ora, celebrando un carnevale millenario.
In un’Italia che corre veloce, dove le feste si susseguono come stories su un feed infinito, resiste un’anima antica che sa fermare il tempo attorno a un paiolo fumante. Sono le tradizioni gastronomiche popolari, quei riti collettivi che trasformano piazze di paese in teatri di memoria condivisa, dove il cibo non è solo nutrimento ma racconto di comunità. Protagoniste assolute, a febbraio 2026, la 176ª Bigolada De.Co. di Castel d’Ario, in provincia di Mantova, e il Carnevale Storico di Santhià, nel Vercellese, il più antico del Piemonte. Due manifestazioni lontane centinaia di chilometri, eppure sorelle nel celebrare l’identità attraverso un piatto semplice, quintali di pasta o legumi, gesti tramandati e un’allegria che sfida il calendario.
Si parte dal mantovano, mercoledì 18 febbraio, Mercoledì delle Ceneri, quando Castel d’Ario – borgo celebre per i natali di Tazio Nuvolari, il “Mantovano Volante” – si muta in una cucina a cielo aperto. Dalle 11 del mattino, in Piazza Garibaldi, quintali di bigoi com le sardèle bollono nei paioli, seguendo una ricetta storica che unisce pasta all’uovo, acciughe e olio in un equilibrio rustico e perfetto. Il cuore è il recinto della cucina da campo: i cuochi suonano la campanella per annunciare ogni paiolo pronto, e per ogni porzione – servita calda e fumante – regalano una confezione di pasta Le Mantovanelle, sigillo di un legame con il territorio. Non manca il folklore: bancarelle lungo Viale Rimembranze, un luna park vicino al castello, l’animazione di I Tre Amigos di Radio Pico e la gara per eleggere il Re Bìgol e la Regina Sardèla, riservata a chi divora la porzione senza mani. Gli Amici del Castello aggiungono visite guidate alla parrocchiale e al maniero, più una mostra fotografica al Palazzo Pretorio. In caso di pioggia, rinvio al 21. Qui, tra il profumo di pesce e il suono della campanella, Castel d’Ario rinnova un rito che da 176 edizioni intreccia storia e convivialità, richiamando migliaia di fedeli a un’identità che sa di casa.
Ma se i bigoli mantovani inaugurano la Quaresima con sobrietà giocosa, a Santhià il Carnevale esplode in un’esplosione di colori e sapori che dura dal 6 gennaio al 20 febbraio, con picchi febbrili tra il 14 e il 17. Lungo la Via Francigena, questo borgo vercellese – documentato fin dall’XI secolo – vive il suo “Tempo del Carvè” come un’epica popolare: cortei rumorosi l’Epifania, “Pule” e “Còngreghe” nei weekend per raccogliere cibo comunitario, la goliardica “Salamada” del 31 gennaio con figuranti da maiali. Il 10 febbraio brilla il Gran Galà delle Maschere, che incorona Majutin dal Pampardù e Stevulin ’d la Plissera, la coppia di contadini che per tre giorni detiene le chiavi della città, simboleggiando il ribaltamento carnevalesco contro i signorotti. San Valentino diventa festa pubblica con proclama dal balcone del sindaco, cortei e veglioni; il 12 la “Giòbia grass” muta il Corso in percorso enogastronomico con concerto.
Il clou? La Colossale Fagiuolata del 16 febbraio: alle 5 del mattino i pifferi svegliano la città, 150 caldaie di rame preparano 20.000 porzioni di fagioli che svaniscono in 30 minuti – un record contro la fame ancestrale, eco dell’Antica Società Fagiuolesca nata durante le Crociate. Segue il ballo dei bambini, la Sfilata Notturna e, nei giorni clou, tre Corsi Mascherati con 2.000 figuranti, carri di cartapesta, un Gianduja gigante e fuochi d’artificio. Si chiude il 17 con i “Giochi di Gianduja” – corse nei sacchi, tiro alla fune – e il “Rogo del Babàciu”, pupazzo che arde in piazza tra monferrine e campane, sigillando un addio che è già nostalgia.
Bigolada e Fagiuolata, Mantova e Piemonte: distanti, eppure speculari nel loro inno al cibo come collante sociale. In un’epoca di solitudini digitali, questi riti – gratuiti, partecipati, millenari – ricordano che l’Italia profonda pulsa ancora attorno al fuoco comune, dove un piatto condiviso vale più di mille parole. Chi parteciperà sa: non si tratta solo di mangiare, ma di appartenere.








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