di Giovanni Loche

 

Sanità al collasso, emergenze ambientali irrisolte, condanne per danno erariale, scelte politiche controverse: dopo un decennio al potere, Vincenzo De Luca è nel mirino non solo dell’opinione pubblica ma anche della cultura democratica campana.

Trentaquattro intellettuali, da Isaia Sales a Aurelio Musi, firmano un appello durissimo a Schlein e Conte: “Mai più alleanze con il ras di Palazzo Santa Lucia”. Un atto d’accusa che suona come il requiem politico di un’era.

Dieci anni di governo, due mandati consecutivi, decine di conferenze stampa fiume, un lessico da tribuno e una narrazione costruita come un monumento all’efficienza. Ma oggi, al termine del lungo regno di Vincenzo De Luca, il volto vero della Campania amministrata non è quello raccontato dal suo eloquio caustico: è piuttosto un mosaico fatto di sanità in affanno, sentenze della Corte dei Conti, emergenze ambientali dimenticate e decisioni politiche discutibili che minano la credibilità della Regione. Un bilancio impietoso, ben lontano dal mito del “governatore del fare”.

La fotografia più drammatica riguarda la sanità, dove il sistema campano resta tra i peggiori in Italia per tempi d’attesa, accessibilità e qualità percepita dai cittadini. Negli ultimi mesi, le accuse sono arrivate non solo dall’opposizione politica, ma anche da autorevoli esponenti del mondo scientifico. Tra questi l’infettivologo Matteo Bassetti, che ha apertamente stigmatizzato l’atteggiamento del presidente, reo di scaricare sul ministro della Salute le proprie responsabilità: “Mi pare pretestuoso quello che fa De Luca che scarica le colpe su Schillaci quando le cose non funzionano nella tua regione”, ha dichiarato senza mezzi termini Bassetti.

A peggiorare il quadro ci sono i tagli ai punti nascita, la carenza cronica di personale nei pronto soccorso e la chiusura di strutture sanitarie in aree già svantaggiate. La Regione lamenta da anni un sottofinanziamento strutturale, ma i dati ufficiali parlano di un sistema che continua a perdere efficienza e credibilità, anche a causa di scelte gestionali poco trasparenti e spesso improvvisate.

Non è solo la sanità a oscurare l’eredità di De Luca. Le aule della Corte dei Conti e della magistratura hanno più volte ospitato il suo nome. Ultimo in ordine cronologico il caso del danno erariale per la nomina, quando era sindaco di Salerno, di quattro vigili urbani promossi illegittimamente a dirigenti, nonché per la creazione della smart card anti-Covid regionale, un progetto bocciato come inutile e costoso. In entrambi i casi, la Regione è stata condannata al risarcimento per centinaia di migliaia di euro.

De Luca è stato più volte coinvolto in procedimenti per abuso d’ufficio, falso e turbativa d’asta, tra cui il controverso progetto edilizio del Crescent a Salerno, simbolo architettonico del potere espansivo del presidente. Anche in presenza di assoluzioni, le vicende giudiziarie hanno contribuito a consolidare un clima opaco, che stride con la retorica del decisionismo virtuoso.

Tra le eredità più pesanti resta l’emergenza ambientale della Terra dei Fuochi, simbolo di inquinamento industriale e roghi tossici che devastano da decenni il territorio tra Napoli e Caserta. A fronte di denunce scientifiche, studi epidemiologici e allarmi continui da parte di Legambiente e associazioni mediche, la risposta istituzionale della Regione è stata inconcludente. Nessuna bonifica strutturale, nessuna tracciabilità trasparente dei flussi di rifiuti, e soprattutto nessuna inversione di tendenza nei dati sanitari su tumori e patologie croniche nella popolazione residente.

Se sul piano locale le critiche sono ormai consolidate, De Luca non ha mancato di attirare polemiche anche sul piano internazionale. Lo scorso giugno, ha infatti difeso la decisione di invitare in Campania Valerij Gergiev, direttore d’orchestra vicino a Vladimir Putin e apertamente sostenitore della guerra in Ucraina. La scelta ha suscitato indignazione tra intellettuali, musicisti e opinionisti internazionali, alcuni dei quali hanno accusato De Luca di tenere “toni putiniani” e di piegare la cultura a logiche ideologiche ambigue, in una Regione che dovrebbe essere presidio di pace, accoglienza e cooperazione.

Di fronte a questo quadro, si è levata una voce unita e chiara: quella di 34 intellettuali di area riformista, tra cui Aurelio Musi, Isaia Sales, Massimiliano Amato, Luciana Libero, Pietro Spirito e Paolo Mancuso, che in una lettera aperta rivolta a Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno chiesto con forza di non stipulare un accordo elettorale con De Luca, definendolo un “cacicco” in continuità con se stesso: “Un ricatto permanente… Avete preso a bordo un nemico giurato della vostra stessa visione. Una scelta che ridà a De Luca una centralità politica che ormai non gli appartiene più.”

I firmatari lo definiscono un bluff amministrativo, pronto a definire la sua storia come una delle peggiori esperienze di governo regionale in 55 anni di vita istituzionale della Campania. Non mancano poi le decisioni amministrative controverse, come lo scioglimento dell’Arsan, agenzia sanitaria regionale accusata di clientelismo e sprechi, ma anche unica struttura di monitoraggio sanitario indipendente. L’eliminazione dell’ente, presentata come atto di semplificazione, è stata letta da molti osservatori come una mossa per concentrare ancora più potere nelle mani dell’esecutivo regionale, a scapito della trasparenza.

Dopo dieci anni al vertice, l’immagine di Vincenzo De Luca come uomo solo al comando appare sempre più incrinata. Dietro la maschera del comunicatore instancabile e del risolutore “di ferro”, si intravede una Regione stremata, dove le vere urgenze – salute, ambiente, giovani, lavoro – restano spesso sullo sfondo rispetto alla propaganda.

La Campania che avrebbe dovuto essere laboratorio di modernità e legalità, si ritrova oggi impantanata nei suoi mali cronici, senza una visione di rilancio concreta e con una guida sempre più isolata e autoreferenziale. La fine dell’era De Luca non sarà solo una questione elettorale: sarà soprattutto una resa dei conti con la realtà. E con un’intera generazione che ha creduto in un cambiamento mai davvero arrivato.

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