Dal Parco Lambro degli anni Ottanta alla prima Carovana del 1985, l’esperienza fondata da don Mazzi ha segnato uno spartiacque nell’educazione al disagio, non più giovani da isolare, ma persone da rimettere in relazione con sé stesse, con gli altri e con il mondo.
Prima ancora di essere una fondazione, Exodus fu una scena. Milano, inizi anni Ottanta. Il Parco Lambro non era soltanto un grande spazio verde dentro la città. Era diventato una ferita aperta, un luogo simbolico nel quale una generazione sembrava essersi smarrita tra droga, solitudine, abbandono e paura. Chi passava da lì vedeva spesso soltanto degrado. Siringhe, corpi consumati, ragazzi perduti, famiglie impotenti, istituzioni in ritardo. La tossicodipendenza appariva come un’emergenza sanitaria, giudiziaria, morale. Qualcosa da contenere, allontanare, reprimere o nascondere.
Don Antonio Mazzi vide altro. Vide una domanda educativa rimasta senza risposta. Vide ragazzi che non erano soltanto dipendenti, devianti o irrecuperabili. Erano giovani interrotti, persone uscite dal sentiero, vite che avevano smesso di credere di poter ancora generare qualcosa di buono. È in quello sguardo che nasce l’intuizione di Exodus. Non in un ufficio, non in un convegno, non dentro una formula già pronta. Nasce davanti a un luogo ferito e a una gioventù che molti avevano già consegnato alla resa. La risposta di don Mazzi fu semplice e radicale, aveva compreso che non bastava togliere quei ragazzi dalla droga, bisognava rimetterli in cammino.
Qui sta lo spartiacque. Negli anni in cui la risposta prevalente al disagio era spesso la separazione, Exodus scelse il movimento. Non il recinto, ma la strada. Non soltanto la comunità come luogo chiuso, ma la comunità come attraversamento, e dunque la cura passa da sospensione della vita, a vita stessa come spazio educativo. La prima Carovana partì dal Parco Lambro nel 1985. Ragazzi tossicodipendenti ed educatori si misero in viaggio, in bicicletta e con un camper di appoggio, attraversando l’Italia per mesi. A raccontarla oggi, può sembrare un’immagine quasi poetica. In realtà era una scelta durissima e concreta. La strada obbligava a fare i conti con il corpo, con la fatica, con il tempo, con il freddo, con la fame, con le regole, con l’altro. Ogni tappa diventava una prova che chiedeva disciplina e restituiva una possibilità.
I ragazzi non venivano soltanto accompagnati. Erano chiamati a partecipare. Ricevevano ospitalità, ma dovevano anche rendersi utili. Non erano più soltanto persone da assistere, ma persone da responsabilizzare. Era questo il rovesciamento più innovativo, quello di trasformare il ragazzo-problema in ragazzo-risorsa. Si deve ricordare che la tossicodipendenza aveva ridotto molte vite a una sola definizione: dipendente, malato, deviante, perduto. Exodus rimetteva davanti a ciascuno una domanda diversa, ovvero, che cosa puoi ancora fare? Chi puoi ancora diventare? Quale pezzo di mondo puoi ancora abitare senza distruggerti?
Il nome stesso conteneva il senso profondo dell’esperienza. Exodus richiama l’Esodo biblico, uscire dalla schiavitù, attraversare il deserto, cercare una terra promessa che non è garantita e non è immediata. La libertà non arriva come una concessione improvvisa. Si conquista passo dopo passo, caduta dopo caduta, dentro una comunità fragile che cammina insieme. La droga, in questa lettura, non era soltanto una dipendenza chimica. Era una forma di schiavitù esistenziale. Spezzava legami, tempo, fiducia, desiderio, futuro, per questo il cammino non era una metafora ornamentale, ma un vero e proprio metodo. Camminare significava ricostruire un ritmo; pedalare significava riappropriarsi del corpo; attraversare paesi e città significava uscire dall’invisibilità; essere accolti significava sperimentare di nuovo fiducia; rendere un servizio significava scoprire che nessuna vita coincide definitivamente con il proprio fallimento.
Exodus fu innovativa proprio perché comprese che il disagio non si risolve soltanto con un intervento tecnico. Serve una modellazione educativa fatta di relazione, responsabilità, bellezza, fatica, comunità, lavoro, regole e fiducia. E per questo don Mazzi non inventò semplicemente una struttura di recupero, inventò un modo diverso di guardare al ragazzo fragile. Non lo definì a partire dalla caduta, ma dalla possibilità di rialzarsi. Non lo chiuse nella diagnosi, ma lo mise davanti a un percorso, non offrendogli soltanto protezione, ma chiedendogli corresponsabilità. Da qui Exodus diventò modello. Perché anticipò molti temi che oggi consideriamo centrali, come la prevenzione, la prossimità educativa, il lavoro di comunità, l’alleanza tra pubblico e privato sociale, il reinserimento, l’educazione non formale, lo sport, il teatro, il viaggio, insomma, esperienza concreta nella sua completezza.
Negli anni Ottanta il problema era soprattutto la droga. Oggi il disagio assume forme diverse, si pensi alle dipendenze digitali, ritiro sociale, depressione adolescenziale, dispersione scolastica, povertà educativa, solitudine, famiglie disorientate, fragilità emotive che esplodono sempre prima. Ma la domanda resta la stessa: come si raggiunge un ragazzo prima che si perda del tutto? Il motto di don Mazzi era di straordinaria efficacia: “arrivare prima”. È questa, forse, l’eredità più attuale di Exodus. Arrivare prima significa non aspettare che il disagio diventi emergenza. Significa intercettare i segnali quando sono ancora silenziosi. Significa non limitarsi a intervenire dopo la caduta, ma costruire contesti nei quali cadere sia meno probabile e rialzarsi sia ancora possibile. Per questo Exodus non appartiene soltanto alla storia della lotta alla tossicodipendenza. Appartiene alla storia educativa del Paese.
È stata una delle esperienze che hanno mostrato come il recupero non possa essere ridotto a controllo, terapia o disciplina. Il recupero è relazione. È appartenenza. È senso. È possibilità di tornare utili a qualcuno. L’intuizione di don Mazzi fu capire che molti ragazzi non avevano bisogno soltanto di essere salvati da qualcosa. Avevano bisogno di essere chiamati verso qualcosa. Verso una meta. Una responsabilità. Un gruppo. Una vita nuovamente abitabile. Il Parco Lambro, allora, non fu solo il punto di partenza geografico. Fu il deserto da attraversare. La Carovana non fu solo un esperimento educativo. Fu un gesto simbolico potentissimo, quello di prendere chi era considerato fermo, perduto, bloccato nella dipendenza e rimetterlo fisicamente in movimento.
Dove la società tendeva a definire quei ragazzi per ciò che avevano sbagliato, Exodus li costrinse a misurarsi con ciò che potevano ancora costruire. Ecco perché quell’esperienza resta prospettica. Non perché possa essere copiata identica oggi, ma perché continua a indicare una direzione, il disagio giovanile non si affronta solo moltiplicando servizi, protocolli e strutture. Si affronta ricostruendo cammini. Cammini reali, non retorici. Luoghi in cui i ragazzi possano fare fatica, sbagliare, essere corretti, essere accompagnati, imparare a fidarsi, assumere compiti, scoprire talenti, restituire qualcosa. Exodus, in fondo, ha insegnato che educare non significa trattenere qualcuno al sicuro per sempre. Significa prepararlo a rientrare nel mondo senza esserne distrutto.
Il grande impegno di don Antonio Mazzi e della sua Fondazione sta qui, nell’aver trasformato un’emergenza in una visione e in un laboratorio sociale; nell’aver preso un gruppo di ragazzi considerati irrecuperabili e trasformarli in una comunità in cammino. Oggi, a distanza di quarant’anni, quella domanda resta aperta. Dove sono i nuovi Parco Lambro? Quali sono i luoghi, fisici o digitali, in cui i ragazzi si perdono senza fare rumore? Quali carovane siamo ancora capaci di inventare per raggiungerli? La forza di Exodus non è soltanto nella sua storia. È nella domanda che continua a rivolgerci. Una società adulta non si misura da quanti giovani riesce a punire, contenere o classificare. Si misura da quanti riesce a rimettere in cammino. Don Mazzi, davanti al disagio, scelse il cammino. E forse è ancora da lì che bisogna ripartire.







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