Mentre in Lussemburgo si sfiorano i 2.700 euro e in Bulgaria si sopravvive con 551, milioni di lavoratori italiani restano senza una soglia legale. La promessa di equità europea si infrange contro una realtà di disuguaglianze profonde e crescenti.

Salari minimi in Europa 2025, la mappa delle disuguaglianze che non vogliamo vedere Dal Lussemburgo alla Bulgaria, il divario resta abissale. E l’Italia? Ancora senza una soglia legale, mentre milioni di lavoratori sopravvivono sotto i mille euro

Nel cuore dell’Unione europea, dove si parla di coesione e convergenza, il salario minimo resta uno degli indicatori più spietati per misurare le distanze economiche tra i cittadini. A luglio 2025, secondo i dati Eurostat, ventidue dei ventisette Stati membri hanno fissato per legge una soglia minima di retribuzione mensile. I restanti cinque – Italia, Danimarca, Austria, Finlandia e Svezia – continuano ad affidarsi esclusivamente alla contrattazione collettiva. Ma dietro questa apparente libertà si nasconde una realtà frammentata e, in alcuni casi, drammaticamente iniqua.

La classifica dei salari minimi è dominata dal Lussemburgo, che garantisce ai suoi lavoratori 2.704 euro lordi al mese. Seguono Irlanda, Paesi Bassi, Germania, Belgio e Francia, tutti sopra i 2.000 euro. In fondo alla lista, la Bulgaria si ferma a 551 euro, meno di un quinto rispetto al vertice. Il divario si è ridotto rispetto al 2020, quando il salario lussemburghese era sette volte quello bulgaro, ma resta comunque di 4,8 volte, segno che la convergenza è ancora lontana.

La fascia intermedia, tra i 1.000 e i 1.500 euro, include Paesi come Spagna, Slovenia, Polonia, Lituania, Portogallo e Cipro. Qui il salario minimo si confronta con un costo della vita più contenuto, che ne aumenta il valore reale. La Polonia, ad esempio, con 1.091 euro mensili, raggiunge uno Standard di potere d’acquisto (Spa) di 1.311, superando persino la Francia.

Ma è proprio il potere d’acquisto a rivelare le contraddizioni più profonde. Se si considera quanto “vale” davvero un euro in ciascun Paese, la classifica si ribalta. La Germania, con 2.161 euro nominali, conquista il primo posto con 1.992 Spa, mentre il Lussemburgo scende a 1.878. Estonia, Bulgaria e Lettonia restano in fondo anche in questa analisi, dimostrando che il basso salario si accompagna a un costo della vita comunque elevato rispetto alle retribuzioni.

E l’Italia? Il nostro Paese continua a non prevedere un salario minimo legale. La contrattazione collettiva copre circa l’85% dei lavoratori, ma il restante 15% è esposto a rischi di sfruttamento e sottopagamento. Secondo Unioncamere, oltre 5,7 milioni di italiani guadagnano meno di 850 euro netti al mese, e il numero sale a 7,7 milioni se si considera la soglia dei 1.200 euro. La Regione Toscana ha tentato di introdurre un salario minimo regionale di nove euro lordi all’ora, ma il governo ha impugnato il provvedimento, bloccando l’iniziativa.

La direttiva europea del 2022 sui salari minimi adeguati, recepita entro novembre 2024, non impone l’introduzione di una soglia legale, ma invita gli Stati a garantire retribuzioni dignitose e a rafforzare la contrattazione collettiva. Tuttavia, l’Italia resta indietro, con un mercato del lavoro segnato da profonde disparità territoriali. Un’indagine del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne ha mostrato che a Milano i consumi familiari sono più del doppio rispetto a Foggia, evidenziando una frattura economica che si riflette anche nei salari.

Nel 2025, la Croazia ha registrato l’aumento più significativo del salario minimo, con un +15,5%, seguita dalla Lituania. Questi dati dimostrano che la pressione politica e sociale può produrre risultati concreti. Ma serve una visione comune, un impegno condiviso per ridurre le disuguaglianze e garantire a ogni cittadino europeo una retribuzione che consenta una vita dignitosa. Perché un’Europa che tollera salari da 551 euro non è un’Europa unita, ma un continente diviso tra chi può progettare il futuro e chi lotta ogni giorno per arrivare a fine mese.

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