Tra droni abbattuti, confini ridisegnati e governi in affanno, l’Unione mostra i suoi nervi scoperti. Ma sotto attacco da chi?

C’è un vecchio vizio europeo, che rispunta puntuale quando il vento gira: chiamare “emergenza” ciò che non si è voluto governare per tempo. In queste ore la Polonia afferma di trovarsi “al punto più vicino al conflitto aperto dalla Seconda guerra mondiale” e chiede le consultazioni della NATO ai sensi dell’Articolo 4 dopo la violazione del proprio spazio aereo da parte di droni partiti nel caos dell’ultimo attacco russo all’Ucraina. Varsavia ne ha abbattuti alcuni; altri sono caduti sul territorio, mentre il governo annuncia la chiusura del confine con la Bielorussia in coincidenza con le esercitazioni militari russo-bielorusse Zapad-2025. Un’escalation che ha innescato l’intervento di caccia alleati e la convocazione di vertici d’urgenza. I fatti ci sono, e non sono lievi. Ma non spiegano, da soli, l’aria di assedio che soffia su Bruxelles.

La Polonia non improvvisa. Da più di un anno, dopo l’uccisione di un suo soldato al confine bielorusso, ha messo mano a un massiccio piano di fortificazioni e tecnologie, l’“Eastern Shield”. Linguaggio duro, spirito da frontiera, memoria storica sempre all’erta. Ma il punto non è solo Varsavia, è l’Unione, che di fronte a questi colpi di tosse della Storia continua a muoversi a scatti, alternando fermezza verbale e prudenza operativa.

Mentre a Est si pattugliano cieli e fossati, a Ovest Parigi balla sul filo. Nuove proteste di massa, un governo cambiato in corsa, un Paese stremato da anni di conflitto sociale. In casa francese la grandeur si fa spesso posa, la forza si misura in conferenze stampa e il conto, politico e finanziario, arriva puntuale a Bruxelles. Non sorprende che molti capi di governo, davanti all’ennesima crisi dell’Eliseo, abbiano percepito più confusione che guida. E quando il motore franco-tedesco singhiozza, l’UE sbanda.

Eppure i numeri, talvolta, smentiscono la retorica dell’assedio, nel 2025 gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne sono diminuiti del 18% rispetto all’anno precedente, anche grazie a 3.400 agenti Frontex dispiegati a supporto degli Stati membri. Nonostante ciò, almeno dieci Paesi Schengen hanno ripristinato controlli interni, segno che la politica, più della realtà, vede spettri ovunque. La paura è cattiva consigliera; l’ansia, peggio ancora.

Qui la domanda: sotto attacco da chi? La Russia è pericolosa, certo; ma non onnipotente. Lo si è visto in Ucraina, dove la macchina bellica del Cremlino, pur terribile, ha mostrato limiti strutturali. L’Europa, invece, esibisce limiti politici, fatti di lentezza decisionale, dipendenza strategica, incapacità cronica di tradurre la “posizione comune” in azione comune. Per dirla con Luuk van Middelaar, abbiamo vissuto troppo a lungo “fuori dal tempo degli eventi”; oggi “non giochiamo per vincere, ma per minimizzare le perdite”. È un motto di prudenza, che diventa però programma di rinuncia quando il mondo accelera.

Non è un male, ogni tanto, guardarsi allo specchio con l’aiuto degli altri. Robert Kagan liquidò l’Europa così: “gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere”, cioè potenza contro norma, forza contro regola. Una caricatura, certo; ma la caricatura, per funzionare, deve somigliare all’originale

Ivan Krastev, osservatore fine delle paure continentali, distingue: “La paura è legata a una minaccia specifica e mobilita. L’ansia è diffusa e tende a paralizzare.” Ecco la sindrome europea: un’alluvione di rischi, guerre, migrazioni, recessioni, energia, che non genera decisione, ma un perpetuo stato d’eccezione amministrato. Si legifera molto, si agisce poco, si comunica moltissimo. Timothy Garton Ash ha avvertito che una “uscita pasticciata” dall’Ucraina confermerebbe, agli occhi del mondo, “la debolezza dell’Europa, e delle democrazie occidentali”. Tradotto: se la politica estera si risolve in comunicati e condizionali, altri, da Mosca a Pechino, ne trarranno conclusioni pratiche. E allora, che fare? Primo: spezzare l’alternativa taroccata tra allarmismo e rimozione. Difendere i confini non è un peccato; trasformare l’Europa in un fortino, sì. La guardia si tiene alta fuori, non dentro, Schengen vive se si presidia l’esterno, non se si moltiplicano sbarre tra vicini. Secondo, passare dalla “politica dei vertici” alla “politica delle capacità”. Difesa aerea integrata, munizionamento congiunto, cantieri energetici comuni, meno fondi a pioggia, più progetti con scadenze e penali. Terzo, prendere atto che NATO e UE non sono due universi paralleli. L’Alleanza è il paracadute; l’Unione dev’essere l’aereo. Il paracadute salva, l’aereo porta dove vuoi andare. Oggi voliamo con gli equipaggi degli altri.

Infine, la politica. L’UE non è un “super-Io” burocratico, ma una macchina che funziona solo se i governi girano la chiave nello stesso verso. La Francia che incespica, la Germania che ripensa il proprio modello senza ancora trovarne uno nuovo, l’Italia a cavallo fra ambizioni e conti, la Spagna in minoranze fragili, se i grandi inciampano, l’Europa non corre.

Montanelli avrebbe liquidato il tutto con uno dei suoi sberleffi asciutti: siamo dei bravissimi europei della domenica. Ci emozioniamo sulle piazze, applaudiamo ai discorsi, consegniamo lauree honoris causa al “coraggio europeo”. Poi, dal lunedì al sabato, torniamo all’arte superiore della conferenza stampa. Eppure, basterebbe poco per invertire la rotta, fissare tre priorità: confini, difesa, energia; tre strumenti: bilancio comune vero per investimenti strategici; filiere industriali europee e comando di capacità congiunte; tre scadenze. Il resto sono chiacchiere.

La domanda resta: sotto attacco da chi? Da chi ci prova, sempre, un Cremlino che vive di occasioni, un regime bielorusso che traffica in provocazioni, potenze che trivellano le nostre ambiguità. Ma soprattutto da noi stessi, quando confondiamo la prudenza con l’inerzia e la complessità con l’alibi. Se l’Europa non decide, altri decideranno per lei. E non servirà un altro vertice per capirlo.

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