Ferdinando I, detto anche Ferrante d’Aragona, ebbe in dono un grande coraggio e una notevole abilità politica. Nella sua vita remunerò generosamente chi era stato leale alla sua causa, mentre fu severo, vendicativo e crudele verso i suoi nemici. Dimostrò il suo carattere quando dovette affrontare quel tentativo di colpo di Stato passato alla storia come “la congiura dei baroni“.

 

“Questa rivolta sorse dal desiderio dei grandi feudatari del regno di un ulteriore aumento dei loro privilegi, che essi consideravano dei diritti; da secoli, ormai, la potenza dei baroni si era dimostrata nel regno di Napoli varie volte superiore a quella del sovrano. Del resto la popolazione, principalmente quella rurale, dipendeva direttamente dai baroni e sentiva forse più la dipendenza dal barone che dal sovrano: a ciò bisogna aggiungere che i grandi feudatari avevano un proprio esercito di mercenari o addirittura delle bande di briganti al loro comando. Essi erano divenuti veri e propri arbitri della corona.

La congiura mirava a scalzare dal trono Ferrante. Il capo dei congiurati era Roberto Sanseverino, il barone più potente del reame, imparentato con diverse importanti famiglie italiane. Il re cercò di tranquillizzare i baroni assicurandoli che nulla tramava contro di loro, ma essi, anziché dargli ascolto, tentarono addirittura di farlo prigioniero. Il re, allora, chiese aiuto ai suoi alleati milanesi e fiorentini; truppe giunsero anche dall’Ungheria e dai suoi parenti, i sovrani aragonesi di Spagna. Al tempo stesso i baroni non riuscirono ad ottenere quasi nulla dai loro sostenitori veneziani e pontifici. Il 7 maggio del 1486 il duca di Calabria sbaragliò presso Montorio le truppe dei congiurati.  A guerra vinta Ferrante garantì con un’amnistia la salvezza dei baroni ribelli, In cuor suo, invece, con la più subdola ipocrisia e slealtà, desiderava soltanto potersi vendicare. Così fece, invitando tutti i baroni congiurati al matrimonio di sua nipote Maria Piccolomini con un nipote del conte di Sarno. Il 13 agosto del 1486 il re accolse tutti gli invitati in Castel Nuovo con apparente gentilezza e benevolenza. Erano tutti riuniti nella Gran Sala quando il vecchio castellano, Pascasio Diaz Garlon, fattosi al centro dell’ambiente dichiarò in arresto Antonello Petrucci con la consorte, il conte di Sarno, padre dello sposo con moglie e due figli, il conte di Borrello Aniello Arcamone con la consorte e il luogotenente del Gran Camerario Giovanni Pou. Furono poi arrestati i due figli del Petrucci, il conte di Policastro Giovanni Antonio e il conte di Carinola Francesco, mentre contemporaneamente si operavano arresti nelle varie province del reame. Le prigioni di Castel Nuovo non furono sufficienti e, per tenere i prigionieri isolati, il Petrucci fu messo nel forno del castello, il conte di Sarno nella Fossa del Miglio, il Carinola nella fossa della Torre dell’Oro, il Policastro nel forno della Torre di San Vincenzo ed in alto, nella stessa torre, l’Arcamone.

Dopo questo colpo a tradimento Ferrante volle scusarsi con i presenti spiegando agli ambasciatori di Milano, di Firenze e di Ferrara che i baroni erano stati arrestati perché avevano male amministrato i loro beni ed avevano dilapidato il patrimonio regio. Il processo dei colpevoli fu tenuto da un tribunale che si riunì il 3 novembre nella «Camera delle riggiole». La sentenza fu la morte per il conte di Sarno, per il Petrucci e per i suoi figli: questi ultimi furono portati alla forca a Piazza Mercato l’1l dicembre e il padre fu decapitato l’1l maggio del 1487 nella cittadella davanti al castello. Altri prigionieri furono invece liberati da Ferrantino e da Federico d’Aragona nel 1498”.

 

Cfr: V. GLEIJESES,  Il Reame aragonese in “La Storia di Napoli”, Napoli 1977
Foto: Wikipedia

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