
Il Centro studi di Unimpresa rileva la diminuzione dei ricorsi di primo grado grazie a tregua fiscale, conciliazioni e definizioni agevolate. Longobardi: “Gli strumenti deflattivi funzionano, ora vanno resi strutturali”.
Calano le liti fiscali in Italia, ma resta alto il tasso di soccombenza dello Stato. Nel 2025 i ricorsi tributari di primo grado sono diminuiti del 14,6%, passando dai 182.112 del 2024 a 155.500. Il dato segna un’inversione di tendenza rispetto alla crescita registrata nell’anno precedente ed è riconducibile soprattutto all’effetto degli strumenti deflattivi attivati: conciliazioni agevolate, tregua fiscale e definizione agevolata delle controversie pendenti.
È quanto emerge da un report del Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato dati della Corte dei conti. Secondo l’analisi, nel solo 2025 si sono perfezionate oltre 6.000 conciliazioni, il 49% in più rispetto alle circa 4.000 del 2024. L’82% delle conciliazioni si è chiuso in primo grado, il 16% in appello e il 2% in Cassazione. Il calo del contenzioso, tuttavia, va letto con cautela. La flessione appare legata soprattutto a misure straordinarie, come condoni, tregue e agevolazioni, più che a un miglioramento strutturale del rapporto tra fisco e contribuente. Il rischio, secondo Unimpresa, è che esauriti gli effetti delle misure deflattive il contenzioso possa tornare a crescere.
“Osserviamo un segnale concreto che gli strumenti deflattivi stanno producendo risultati”, commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. “L’aumento delle conciliazioni perfezionate nell’anno e una definizione agevolata delle controversie pendenti che ha ridotto lo stock complessivo ai minimi del triennio dimostrano come sia possibile alleggerire il contenzioso senza attendere i tempi della giustizia ordinaria”. Per Longobardi, il sistema funziona quando fisco e contribuente hanno incentivi reali a trovare un accordo. “Il 2025 ne è la prova. Ora occorre stabilizzare questi strumenti in via strutturale, senza affidarsi a misure una tantum che producono effetti temporanei”, aggiunge. “Un rapporto fisco-contribuente fondato sulla collaborazione, sulla certezza delle regole e sulla rapidità delle definizioni è nell’interesse di tutti: delle imprese, che possono pianificare senza l’incubo di anni di incertezza giudiziaria, e dello Stato, che incassa prima e più”.
La mappa del contenzioso conferma una forte concentrazione dei ricorsi. Le tre Agenzie fiscali, Agenzia delle Entrate, Agenzia delle Entrate-Riscossione e Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, assorbono circa due terzi degli atti di primo grado: 102.000 ricorsi su 155.500. Gli enti locali pesano per il 23% del totale, con 35.843 atti, mentre gli altri enti impositori rappresentano l’11,5%, con 17.817 ricorsi. Il soggetto più coinvolto nelle controversie resta l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, con 52.563 ricorsi, in calo del 15,9% rispetto al 2024. La riduzione è attribuita soprattutto all’impatto della Rottamazione-quater, che ha indirizzato verso soluzioni bonarie posizioni che altrimenti sarebbero potute sfociare in giudizio.
Al 31 dicembre 2025 risultano ancora in carico 158.335 ricorsi di primo grado e 80.412 di secondo grado. Lo stock complessivo dei procedimenti pendenti nei due gradi di merito resta quindi vicino a quota 240.000, a cui si aggiunge il contenzioso di legittimità in Cassazione. Se il primo grado mostra una contrazione, il secondo grado segue invece una traiettoria opposta. Nel 2025 i ricorsi in appello sono aumentati del 9,8%, passando da 42.613 a 46.780. La crescita interessa tutte le amministrazioni, con la sola eccezione dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.
Il fenomeno è legato allo sfasamento temporale tra i gradi di giudizio. Le sentenze emesse nel 2024, anno di picco per il primo grado, alimentano ora le impugnazioni in appello, con un ritardo fisiologico di 12-18 mesi. La tendenza a impugnare le decisioni di merito resta dunque sostenuta, segno che chi perde in primo grado continua spesso a rivolgersi al giudice di secondo grado. Nel 2025 le Corti di giustizia tributaria hanno emesso 173.258 sentenze di primo grado e 50.589 di secondo grado, per un valore complessivo superiore a 24 miliardi di euro: circa 15 miliardi relativi al primo grado e poco meno di 10 miliardi al secondo.
Il valore delle sentenze di primo grado mostra un andamento crescente nel triennio, passando da 13,3 miliardi del 2023 a 14,9 miliardi del 2025. L’Agenzia delle Entrate risulta il soggetto finanziariamente più esposto, con circa il 70% del valore totale delle controversie di propria competenza. In termini assoluti, oltre 16,8 miliardi dei 24 miliardi complessivi riguardano contenziosi in cui l’Agenzia è parte. Le imposte più contestate rispecchiano il peso dei principali tributi nel sistema fiscale. In primo grado, IRPEF, IVA e imposta di registro dominano tra i tributi erariali, che rappresentano il 53% degli atti, mentre i tributi locali su rifiuti, proprietà immobiliare e tasse auto arrivano al 47%. In secondo grado, la quota erariale sale al 69%, con IRPEF e IVA ancora prevalenti.
Il dato più critico riguarda gli esiti delle controversie. Le sentenze completamente favorevoli all’Amministrazione rappresentano il 47,9% del totale in primo grado e il 50,7% in appello. La soccombenza piena dello Stato si attesta al 29% in primo grado e al 30,8% in secondo grado. La parziale soccombenza assorbe circa il 23% in primo grado e il 18,5% in appello. In sostanza, un contribuente su tre che ricorre ottiene ragione. Per Unimpresa, un tasso di soccombenza strutturalmente vicino al 30% produce conseguenze rilevanti sulla finanza pubblica. Le somme riscosse provvisoriamente in pendenza di giudizio, attraverso il meccanismo della riscossione frazionata, possono dover essere restituite al contribuente al termine del procedimento.
Questo obbligo impone accantonamenti al Fondo rischi per spese legali e passività potenziali, riducendo la disponibilità effettiva delle entrate tributarie rispetto a quelle accertate. Il dato pone anche un interrogativo sulla qualità del sistema: se un terzo dei ricorsi viene accolto, significa che le norme sono troppo complesse e ambigue, oppure che l’attività accertativa è troppo aggressiva rispetto ai fondamenti giuridici delle pretese, o entrambe le cose. Sul piano territoriale, il contenzioso continua a concentrarsi in poche aree. Campania, Sicilia e Lazio coprono insieme circa la metà degli atti pervenuti a livello nazionale, in modo sproporzionato rispetto al loro peso demografico ed economico. Il fenomeno riflette una combinazione di fattori: densità demografica, tradizionale conflittualità nel rapporto fisco-contribuente nelle regioni meridionali e, per il Lazio, la presenza di Roma, sede di grandi imprese e di accertamenti di valore rilevante.
La concentrazione geografica ha effetti diretti sull’organizzazione della giustizia tributaria. Le Corti di queste regioni sopportano un carico strutturalmente superiore alla media nazionale, con evidenti ricadute sui tempi di definizione delle controversie. In Cassazione, i ricorsi tributari sono diminuiti del 2,5% rispetto al 2024, pari a circa 200 atti in meno. Le sentenze emesse sono invece aumentate di oltre 2.000 unità, con una crescita del 16%. Il tasso di accoglimento si attesta al 34%, quello di rigetto al 23%, mentre l’inammissibilità riguarda il 4% dei casi. La materia tributaria rappresenta stabilmente circa il 35% del totale degli atti in Cassazione e il 38% delle definizioni nel 2025, sette punti percentuali in più rispetto al 2024. Il dato segnala un’accelerazione nell’attività di smaltimento dell’arretrato.
Resta però irrisolto il nodo dei tempi. Per le controversie tributarie il tempo medio di definizione in Cassazione è pari a 52 mesi, contro una media complessiva di 40 mesi per tutti i procedimenti civili. Dodici mesi in più, oltre un anno, per sapere se una pretesa fiscale era legittima. Per un contribuente o un’impresa che ha dovuto versare somme in via provvisoria, questo ritardo ha un costo reale: finanziario, gestionale e psicologico. Il 2025 è anche il primo anno pieno di applicazione della riforma della giustizia tributaria introdotta dalla legge n. 130 del 2022, che ha trasformato il sistema da giudici onorari, provenienti da altre magistrature o professioni, a una magistratura professionale a tempo pieno.
La transizione, tuttavia, si accompagna a una contrazione degli organici. Dal 1° gennaio 2026 il limite anagrafico per i componenti del ruolo unico è fissato a 73 anni, con l’uscita automatica di una quota significativa dei giudici attualmente in servizio. Per compensare questo effetto, il legislatore ha innalzato la soglia per il rito monocratico, che consente a un giudice singolo di decidere le controversie di minore valore, e ha razionalizzato le sedi giudiziarie. La digitalizzazione attraverso il Processo Tributario Telematico e l’introduzione di strumenti di intelligenza artificiale per l’analisi dei precedenti sono in corso, ma non ancora pienamente a regime.
Il quadro che emerge dal report di Unimpresa è quindi articolato. Da un lato, le misure deflattive hanno prodotto una riduzione significativa dei ricorsi di primo grado e favorito un aumento delle conciliazioni. Dall’altro, restano criticità profonde: tempi lunghi, appelli in crescita, forte concentrazione territoriale, alto valore economico delle controversie e un tasso di soccombenza dello Stato che continua a sfiorare un caso su tre. Per Unimpresa, la strada da seguire è quella di rendere stabili gli strumenti di composizione e definizione anticipata delle liti, rafforzando al tempo stesso la qualità dell’attività accertativa e la chiarezza delle norme. Solo così sarà possibile ridurre davvero il contenzioso fiscale e costruire un rapporto più equilibrato tra amministrazione finanziaria, cittadini e imprese.








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