Il Centro studi dell’associazione contesta le stime del Fondo Monetario Internazionale: conti pubblici in miglioramento, spread ai minimi da quindici anni e rating in crescita. Longobardi: “Raccontare solo i rischi significa ignorare il percorso di risanamento in atto”.

Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale sull’economia italiana accendono il dibattito. A contestare apertamente le conclusioni contenute nell’Article IV pubblicato dal FMI è Unimpresa, secondo cui la fotografia scattata da Washington non terrebbe adeguatamente conto dei progressi compiuti dall’Italia sul fronte dei conti pubblici e della fiducia espressa dai mercati finanziari internazionali. Nel documento, il Fondo stima per il nostro Paese una crescita del Pil reale limitata allo 0,5% fino al 2027 e individua nel debito pubblico, attestato al 137% del Pil a fine 2025, uno dei principali elementi di vulnerabilità strutturale. Una lettura che, secondo il Centro studi di Unimpresa, rischia però di trascurare gli indicatori che raccontano una traiettoria diversa.

L’associazione evidenzia infatti il ritorno a un saldo primario positivo, pari allo 0,7% del Pil nel 2025, in miglioramento rispetto allo 0,4% registrato l’anno precedente. Anche il deficit pubblico, sottolinea Unimpresa, si sarebbe ridotto al 3,1%, mantenendosi per il secondo anno consecutivo al di sotto degli obiettivi inizialmente fissati e con una previsione di ulteriore discesa al 2,9% nel 2026. A sostenere la sostenibilità dei conti pubblici contribuirebbe inoltre la crescita nominale dell’economia, attestata al 2,5% nel 2025. Un dato che, combinato con l’avanzo primario e con un costo medio del debito inferiore al ritmo di crescita nominale, creerebbe le condizioni per una progressiva stabilizzazione del rapporto debito-Pil.

Ma è soprattutto il giudizio dei mercati a rappresentare, secondo Unimpresa, l’elemento più significativo. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi oscilla infatti tra i 70 e i 75 punti base, livelli che non si registravano da oltre quindici anni. Non solo: i titoli di Stato italiani offrono oggi rendimenti inferiori a quelli francesi e tutte le principali agenzie di rating internazionali – Fitch, S&P, Moody’s, DBRS Morningstar e Scope Ratings – hanno migliorato il giudizio sul debito sovrano italiano nell’ultimo anno. A questi elementi si aggiungono un tasso di disoccupazione sceso al 5,7%, minimo storico, e livelli contenuti dei credit default swap, gli strumenti utilizzati dagli investitori per misurare il rischio di insolvenza di uno Stato.

«C’è qualcosa di paradossale nel modo in cui le istituzioni finanziarie internazionali continuano a raccontare l’Italia», osserva il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. «Il Fondo Monetario continua a concentrarsi prevalentemente sui fattori di fragilità, senza considerare adeguatamente il miglioramento dei fondamentali economici e il giudizio espresso quotidianamente dai mercati». Secondo Longobardi, il problema risiederebbe soprattutto nei modelli previsionali utilizzati dalle istituzioni internazionali, che tenderebbero a incorporare con ritardo i cambiamenti in atto e a dare maggiore peso alle criticità storiche rispetto ai segnali più recenti di inversione di tendenza.

«L’Italia ha certamente un debito elevato – sottolinea – ma è altrettanto vero che il Paese sta portando avanti un percorso di risanamento credibile, riconosciuto dalle agenzie di rating e premiato dagli investitori. Ignorare questa parte della realtà significa offrire una rappresentazione incompleta della situazione economica italiana». Per Unimpresa, dunque, la distanza tra la valutazione del Fondo Monetario e quella espressa dai mercati finanziari rappresenta una contraddizione che merita attenzione. Una divergenza che, secondo l’associazione, suggerisce la necessità di aggiornare la narrativa sul cosiddetto “rischio Italia”, alla luce dei risultati ottenuti negli ultimi anni e delle prospettive di consolidamento della finanza pubblica.

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