Mentre la multinazionale danese prepara un maxi investimento da oltre 2 miliardi ad Anagni, la provincia fa i conti con invecchiamento, povertà crescente e infrastrutture ferme al palo. La speranza industriale si scontra con la fragilità sociale.
In Ciociaria si respira un’aria sospesa tra speranza e paura. Da un lato c’è l’annuncio storico di Novo Nordisk, la multinazionale farmaceutica che ha scelto Anagni come epicentro di un investimento da oltre due miliardi di euro entro il 2029, promettendo 800 posti di lavoro diretti e un indotto potenzialmente capace di ridisegnare l’economia dell’intera provincia. Dall’altro lato, però, ci sono i numeri crudi della realtà: un tessuto sociale in affanno, famiglie che arrancano, un mercato del lavoro sbilanciato e infrastrutture che restano promesse mai mantenute.
È il paradosso di un territorio che sembra destinato a vivere due storie parallele: da una parte la Ciociaria delle eccellenze industriali che attirano colossi mondiali, dall’altra quella della quotidianità segnata dall’invecchiamento e dalla precarietà. I dati sono eloquenti: solo il 9% dei dipendenti ha meno di 25 anni, mentre il 65% ne ha più di 50. Un ricambio generazionale che non c’è e che rischia di minare la stessa tenuta delle imprese locali.
Sul fronte sociale, il quadro non è meno allarmante. Negli ultimi dodici mesi i prezzi dei beni di prima necessità sono saliti del 2%, mentre aumenta il numero di famiglie che si rivolgono ai servizi assistenziali per far fronte a spese ordinarie. Una provincia che invecchia e che, pur ospitando uno dei progetti industriali più ambiziosi del Paese, vede crescere la distanza tra i grandi numeri delle multinazionali e le piccole fatiche quotidiane dei cittadini.
Non a caso, il presidente della Provincia, Luca Di Stefano, ha chiesto a gran voce al Governo l’inclusione del Frusinate tra i beneficiari delle Zone Economiche Speciali (ZES). Un modo per evitare che l’investimento di Novo Nordisk resti un’oasi isolata, senza un tessuto connettivo in grado di sostenerlo e di trasformarlo in crescita diffusa. Ma per ora è solo un appello, e i cittadini temono che resti lettera morta.
La domanda che percorre le valli e le colline del Frusinate è semplice e spietata: che ne sarà del futuro di questo territorio? C’è chi teme che, come già accaduto in passato, la grande industria si trasformi in una cattedrale nel deserto, lasciando dietro di sé solo briciole. E c’è chi invece intravede un’occasione irripetibile, a patto che le istituzioni sappiano rispondere con politiche di sostegno a giovani, famiglie e infrastrutture.
Il destino della Ciociaria si gioca su questo equilibrio fragile: la capacità di trasformare i miliardi promessi in un’occasione di riscatto collettivo. O il rischio di restare, ancora una volta, terra di confine e periferia dimenticata, anche davanti alla grande storia.








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