Il ‘600 è stato un secolo davvero tragico per il Regno di Napoli: portò con sé sciagure tremende di vario genere, tra cui, nel 1631, l’eruzione del Vesuvio, che investì molti casali non lontani dalle mura della capitale. Un avvenimento che spinse buona parte della popolazione di quei paesi a trovar rifugio in città; una decisione che, proprio durante la grande peste, ebbe il risultato di aumentare ulteriormente la già elevata densità abitativa di alcuni rioni storici, rendendoli maggiormente esposti a gravi rischi igienico-sanitari, e dunque di contagio. Al termine del terribile contagio le fonti indicano che furono più di 44.000 i senzatetto che cercarono rifugio a Napoli.

Nel contesto della peste del 1656 va considerato il caso dei morti a causa del morbo, cui venivano sottratti i vestiti e poi rivenduti. Non bisogna meravigliarsi di questa consuetudine, già diffusa in passato nei cimiteri. Anche lì i defunti, a cui la famiglia usava mettere l’abito più bello che l’avrebbe accompagnato nel viaggio verso l’aldilà, venivano spesso, nottetempo e di nascosto, “depredati” dei vestiti e di altri oggetti di valore (occhiali, anelli, collane), da coloro che si curavano della inumazione.  La differenza è che gli abiti degli appestati venivano regolarmente venduti ai commercianti del quartiere ebraico, che a loro volta di rimettevano in vendita, con il rischio di trasferire la peste a coloro che li acquistava.
La chiesa di San Gennaro, detta “Spogliamorti” o anche San Gennariello “Spogliamorti”, oggi non esiste più: era una chiesa di Napoli ubicata nel cuore del centro storico, in vico Limoncello. Venne fondata nell’VIII secolo su iniziativa del duca Sergio I di Napoli. Nel Medioevo venne inglobata nel quartiere ebreo della città (la cosiddetta Giudecca); in questo periodo la chiesa fu utilizzata anche come deposito per i defunti, che qui venivano spogliati degli averi per poi rivenderli al mercato degli ebrei. Deriva da qui l’antica denominazione.  Nel XVI secolo divenne rettoria e nel 1581 il rettore Ottavio Vulcano la cedette alla Congrega di Santa Maria degli Angeli che riedificò l’edificio di culto dopo il 1607 in stile barocco. A metà del XIX secolo a questa congrega venne accorpata quella di San Giovanni Battista, che era stata fondata nel 1485 nella chiesa di San Giovanni a Mare. Quindi la chiesa venne abbandonata e attualmente ospita un locale pubblico. Nell’interno dovevano essere conservate opere d’intarsio del XV secolo, un quadro attribuito dal Galante a Marco Pino e, sempre in base alla stessa fonte, un’ulteriore tela realizzata da Domenico Antonio Vaccaro.

Nella foto: MATTIA PRETI Vittime della peste del 1656 a Napoli Collezione privata

Cfr: Luciano Troiano, I dettagli di Napoli: San Gennaro…spogliamorti!, in www.identitainsorgenti.com
Gennaro Aspreno Galante, Guida Sacra della Città di Napoli, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872

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