La riforma fiscale del 2025 rischia di essere un boomerang per chi produce valore.

La riduzione delle aliquote Irpef, salutata come una misura di alleggerimento per i contribuenti, si sta rivelando un intervento parziale che non risolve il vero problema del sistema tributario italiano. L’estensione del secondo scaglione fino a 60.000 euro e la riduzione dell’aliquota dal 35% al 33% sembrano, a prima vista, un passo nella giusta direzione. Ma sotto la superficie si cela una distorsione che penalizza proprio chi contribuisce alla crescita economica. La compressione degli scaglioni genera salti d’imposta troppo bruschi, scoraggiando l’emersione del reddito e incentivando comportamenti evasivi. È un meccanismo perverso che spinge autonomi e microimprese a restare sotto soglie critiche per non incorrere in un’imposizione sproporzionata. Non per furbizia, ma per sopravvivenza.

La progressività, principio cardine di ogni sistema fiscale equo, viene sacrificata sull’altare della semplificazione. Ma semplificare non significa appiattire. Un sistema con soli tre scaglioni non può cogliere la complessità delle situazioni economiche individuali. Serve una struttura più articolata, con almeno sei o sette scaglioni, che permetta una crescita graduale dell’aliquota in funzione del reddito. Solo così si può evitare che piccoli incrementi di guadagno si traducano in salti fiscali insostenibili. La credibilità del sistema tributario dipende dalla sua capacità di essere percepito come giusto. E oggi, quella percezione è in crisi.

La riforma del 2025, così com’è, rischia di accentuare le disuguaglianze e di minare il patto tra Stato e cittadini. Non basta ridurre le aliquote. Bisogna ripensare l’intera architettura dell’Irpef, restituendo al sistema quella progressività che ne è l’anima. Altrimenti, il rischio è che la semplificazione diventi sinonimo di ingiustizia.

 

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