Il ritorno di Beppe Grillo sulla scena politica non è stato improvviso. È stato preparato, stratificato, disseminato in una serie di segnali che, presi singolarmente, sembravano eccentricità del fondatore del Movimento 5 Stelle, ma che oggi, ricomposti, assumono la forma di un vero e proprio piano B. Un piano che nasce dalla rottura con Giuseppe Conte, dalla crisi identitaria del M5S, dalla battaglia legale sul simbolo e da una strategia comunicativa che Grillo ha calibrato con la precisione di un regista.
A volte dei segnali sparsi smettono di essere coincidenze e diventano un disegno, quello che accade per Beppe Grillo in questi giorni, è arrivato quel momento comprensibile attraverso una sequenza di mosse che, prese una per una, sono state liquidate come le stranezze di un fondatore ormai ai margini. Un post qui, un’apparizione là, una causa in tribunale, cose che capitano. Chi ha seguito la politica italiana degli ultimi trent’anni sa però che con Grillo non capita mai nulla per caso. Ogni gesto ha un peso specifico, ogni silenzio è calcolato, ogni apparizione pubblica è un investimento, e quando si ricompongono i pezzi, quello che emerge non è la nostalgia di un padre nobile che rimpiange il proprio giocattolo; ma piuttosto è la falegnameria paziente di chi sta costruendo, pezzo dopo pezzo, un’arma nuova.
Tutto parte da un dettaglio che i più hanno archiviato come una boutade social, uno stato WhatsApp. “Movimento Zero Stelle”. Due parole, uno smiley al massimo, e via, tutti a commentare per un giorno e poi dimenticare. Nulla di più sbagliato. Chi conosce la dinamica comunicativa di Grillo sa che lui non scrive mai nulla per caso, e men che meno sui suoi canali personali, che sono da sempre l’avamposto delle sue mosse più importanti. Togliere le stelle non è un gioco di parole, ma una sottrazione simbolica calcolata al millimetro. Le stelle sono il marchio, la storia, l’eredità che Giuseppe Conte ha ereditato e sta usando come fosse sua, azzerarle vuol dire una cosa sola, senza mezzi termini, quel Movimento non è più suo e lui è pronto a farne un altro. Non è un moto di stizza, ma una vera e propria dichiarazione di guerra scritta con l’eleganza di chi la guerra la sa fare da quarant’anni sui palchi di mezza Italia. E infatti, dietro quel messaggio, cominciano a muoversi cose concrete: contatti riallacciati con tecnici e consulenti che negli anni si erano allontanati dal Movimento per disillusione o per scelta; attivisti storici richiamati, sondati, tastati sul terreno della disponibilità. Dunque, non i comizi, non le interviste, il lavoro sporco e silenzioso che precede ogni scissione seria, quello che nessun titolo di giornale racconta perché non fa notizia, ma che è l’unica cosa che conta davvero quando si vuole ricostruire un partito da zero.
Se il primo segnale era rivolto a chi il Movimento lo conosce da dentro, il secondo è un missile lanciato altrove, verso un pubblico che con la politica dei talk show non ha più nulla a che fare. Grillo si presenta nel podcast Pulp di Fedez e Mr Marra, non un salotto Rai, non un’intervista al Corriere, non un editoriale su un quotidiano nazionale, ma il posto dove si forma l’opinione di chi non ha vissuto il 2013, non ha memoria del Vaffa Day, non sa nemmeno cosa fosse il blog di Beppe Grillo prima che diventasse un fenomeno di massa. Una generazione intera che vive di clip, di podcast, di contenuti brevi e disintermediati, lontana anni luce dai riti della politica tradizionale. È una scelta che dice molto più di qualunque intervista politica; Grillo non cerca chi lo conosce già, cerca chi non lo ha mai sentito parlare, e prova a costruirsi da capo una base che non porta sulle spalle il peso di dieci anni di governi, alleanze, promesse tradite. Vuole un pubblico vergine, senza memoria degli errori del M5S, senza la delusione accumulata da chi ha votato Cinque Stelle nel 2018 sperando nella rivoluzione e si è ritrovato con la gestione ordinaria del potere. Ed è proprio questo il punto più inquietante per chi oggi guida il Movimento, perché un pubblico senza memoria è anche un pubblico senza anticorpi.
C’è poi un elemento che sfugge alla cronaca politica ma che pesa come un macigno sulle strategie in corso, la causa sul simbolo del Movimento 5 Stelle, rinviata a gennaio. Per i cronisti giudiziari è un rinvio come tanti, un tecnicismo processuale. Per chi legge la politica con un minimo di malizia è tutt’altro: Grillo sa perfettamente che i tempi della giustizia civile non coincidono mai con i tempi della politica, e che aspettare l’esito di una causa lunga e incerta significherebbe consegnare l’iniziativa politica a Conte per mesi, forse per anni. Un lusso che chi ha settantotto anni e vuole ancora incidere sulla scena pubblica non può permettersi. Da qui la decisione, tanto semplice quanto radicale, non aspettare il verdetto di un tribunale ma costruirsi un’alternativa che di quel simbolo possa fare a meno, un nuovo contenitore, un nuovo nome, una nuova identità visiva se necessario. Il piano B nasce esattamente qui, nella consapevolezza lucida e per nulla rassegnata che il simbolo potrebbe non tornare mai più nelle sue mani, e che restare ostaggio di quell’incertezza sarebbe un suicidio politico.
C’è poi un fronte meno appariscente ma probabilmente il più identitario di tutti, la costruzione di una nuova piattaforma digitale, evoluzione diretta di Rousseau, con il coinvolgimento di consulenti ICT internazionali già al lavoro. Un progetto che non ha nulla di meramente tecnico, si tratta di un progetto identitario nel senso più profondo del termine, perché la democrazia diretta è stata il cuore pulsante del grillismo delle origini, il tratto che rendeva il Movimento diverso da qualunque altro partito, prima che la gestione del potere lo trasformasse in un partito come gli altri. Grillo vuole riprendersi quella narrazione prima che qualcun altro la archivi definitivamente come un esperimento fallito degli anni Dieci. Vuole tornare a parlare di votazioni online, di partecipazione dal basso, di attivismo digitale, ricostruendo daccapo il laboratorio politico che ha generato il fenomeno più dirompente della Seconda Repubblica. E lo fa con la stessa ambizione con cui, quindici anni fa, trasformò un blog personale in un movimento capace di prendere il quaranta per cento in una tornata elettorale.
Infine c’è un’ipotesi ancora sulla carta ma tutt’altro che campata in aria, una nuova tournée teatrale, non uno spettacolo comico fine a sé stesso, ma uno strumento politico vero e proprio. Chi ha visto Grillo negli anni Ottanta e Novanta sa che il palco per lui non è mai stato solo intrattenimento. È stato comizio mascherato, arringa collettiva, megafono capace di raggiungere platee che la politica tradizionale non arriva nemmeno a sfiorare. Tornarci ora, in un momento di massima esposizione mediatica, significherebbe riattivare un pubblico fedele e ricostruire un rapporto diretto con la gente che nessuna intervista televisiva potrebbe replicare. Insomma si tratta di un disegno unico, non cinque episodi separati: il messaggio WhatsApp, la comparsata da Fedez, la battaglia legale, la piattaforma digitale, la tournée. Sono i capitoli di una stessa storia, scritta con la pazienza di chi non ha fretta ma sa esattamente dove vuole arrivare. Grillo non improvvisa, non reagisce, e non commenta la crisi del Movimento che ha fondato. Piuttosto preferisce costruire, anticipare gli eventi, usare la crisi del Movimento come materia prima per costruirne un altro.
E arriviamo così al punto che nessuno, dentro il Movimento, vuole nemmeno pronunciare ad alta voce, la discesa in campo diretta. Non come garante, ruolo che ha già logorato e svuotato di significato negli ultimi anni. Non come figura simbolica da tirare fuori nei momenti di crisi per rassicurare la base. Ma come leader operativo, come fondatore di un soggetto politico nuovo che si colloca deliberatamente a sinistra del campo largo ma fuori dal campo largo, in una terra di nessuno che oggi nessun altro partito osa presidiare con questa radicalità, in altri termini, un movimento pensato per chi si sente tradito. Il nuovo soggetto che Grillo starebbe costruendo non cerca alleanze con il Partito Democratico, e non intende naturalmente governare insieme a Conte, con cui la rottura personale è ormai irrecuperabile. E non vuole neppure partecipare alla competizione interna del campo progressista, dove le regole del gioco premiano la moderazione e il compromesso. Vuole riaprire con la forza di una ruspa la faglia antisistema che il Movimento 5 Stelle ha chiuso quando è entrato nei governi Draghi e Conte II, trasformandosi da forza di rottura a forza di gestione dell’ordinario. La sua missione è scritta a chiare lettere nel bacino elettorale a cui punta, gli elettori delusi dal Movimento che credevano nella rivoluzione promessa e non l’hanno mai vista, gli astensionisti che negli ultimi anni hanno smesso di credere in qualunque proposta politica, i nostalgici del grillismo delle origini che rimpiangono il Vaffa Day più di quanto rimpiangano un preciso programma di governo, i giovani digitali che con la politica tradizionale non hanno alcun rapporto, i cittadini che non si riconoscono più né nella destra sovranista né nel centrosinistra istituzionale. Ovvero, un movimento pensato per chi si sente escluso, ignorato, preso in giro da un sistema che considera immutabile e ostile.
Il potenziale elettorale di questo nuovo soggetto si colloca realisticamente tra il tre e il cinque per cento. Una cifra che a un lettore distratto potrebbe sembrare marginale, ma nella sostanza politica vera non lo è affatto, ed è proprio qui che si gioca la partita più importante. Quel tre-cinque per cento non nasce dal nulla, perché non intercetta un elettorato indifferenziato che altrimenti resterebbe a casa. Si sottrae, quasi chirurgicamente, al Movimento 5 Stelle e al campo progressista nel suo complesso, proprio nel momento in cui la legge elettorale italiana premia in maniera spietata chi riesce a costruire coalizioni ampie e coese. Un voto che non costruisce, ma sottrae forza a chi già fatica a tenere insieme un’alleanza tutt’altro che stabile. A pagare il conto più salato sarebbe senza dubbio Giuseppe Conte, già alle prese con una leadership interna contestata e con equilibri fragilissimi. La perdita di una quota consistente di elettorato identitario, la fuga di attivisti storici verso il progetto del fondatore, la crisi narrativa che il ritorno di Grillo scatenerebbe inevitabilmente sui media, la competizione diretta e spietata sul terreno dell’antisistema che il M5S ha rivendicato per un decennio. Tutto questo comprimerebbe il Movimento in una posizione difensiva da cui difficilmente potrebbe uscire indenne. Conte si troverebbe schiacciato in una tenaglia a doppia lama, da un lato il Partito Democratico che continua a chiedere maggiore moderazione e affidabilità di governo, dall’altro Grillo che gli contesta esattamente il contrario, l’aver tradito la spinta originaria del Movimento.
Il campo progressista nel suo complesso perderebbe l’architrave numerica di cui ha disperato bisogno per competere con una coalizione di centrodestra che, pur tra tensioni interne, resta compatta sul piano elettorale. Per superare la soglia che garantisce il premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale, il centrosinistra ha bisogno di un Movimento 5 Stelle stabile, di una coalizione larga e coesa, di un elettorato che non si disperda in mille rivoli. L’ingresso di un nuovo soggetto guidato da Grillo rende tutto questo drammaticamente più complicato. La frammentazione, da rischio latente, diventerebbe un dato strutturale, tre poli distinti, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, il nuovo progetto di Grillo, che competono per lo stesso bacino elettorale senza alcuna leadership realmente unitaria capace di ricomporre le divisioni. La destra, dal canto suo, incasserebbe un vantaggio enorme senza muovere un dito. Non guadagnerebbe voti direttamente da Grillo, che pesca in un elettorato lontanissimo dal suo, ma guadagnerebbe qualcosa di ben più prezioso, la stabilità. La compattezza della coalizione di governo diventerebbe un vantaggio strategico decisivo in un sistema dove gli avversari si moltiplicano e si dividono, e dove la posizione antisistema di Grillo sottrarrebbe inoltre spazio politico alla protesta che oggi intercetta figure come Vannacci, ma non intaccherebbe in alcun modo la solidità della coalizione conservatrice. Il quadro che ne uscirebbe è sbilanciato in maniera quasi grottesca, un polo unito e coeso contro tre poli frammentati e in perenne conflitto tra loro.
Il Parlamento che uscirebbe da elezioni giocate in queste condizioni sarebbe inevitabilmente più complesso, più instabile, più difficile da governare di quanto già non sia oggi. La presenza di un nuovo movimento guidato da Grillo aumenterebbe in maniera sensibile la frammentazione parlamentare, renderebbe ancora più ardua la formazione di maggioranze solide e potrebbe spalancare la strada a governi di coalizione fragilissimi, litigiosi, costantemente esposti alle pressioni delle minoranze interne. La faglia antisistema tornerebbe a essere un elemento strutturale del sistema politico italiano, non più un episodio circoscritto agli anni della grande crisi economica, ma una costante con cui ogni maggioranza futura dovrà fare i conti. In definitiva, la discesa in campo di Beppe Grillo non è un ritorno nostalgico sulla scena da cui si era progressivamente allontanato, è un nuovo inizio pensato nei minimi dettagli, e non è di certo un revival stanco di vecchie glorie. È una vera e propria rifondazione, non si tratta di un gesto simbolico buono per riempire un titolo di giornale per qualche giorno, ma un atto politico che modifica gli equilibri esistenti, altera le strategie di tutti gli attori in campo e ridisegna alleanze che sembravano consolidate. Il suo potenziale, quel tre-cinque per cento che molti liquideranno come marginale, è più che sufficiente a cambiare radicalmente la geometria dell’intero sistema politico italiano, a indebolire strutturalmente il Movimento 5 Stelle, a frammentare in maniera forse irreversibile il campo progressista, a rafforzare senza alcuno sforzo la coalizione di centrodestra, a rendere il prossimo Parlamento drammaticamente più instabile di quello attuale. Grillo non torna per partecipare alla partita con le regole di sempre, torna per spostarne gli equilibri, per riscrivere le regole stesse. E quando Grillo decide di spostare qualcosa, per esperienza diretta dovrebbe saperlo chiunque abbia seguito la politica italiana degli ultimi trent’anni, l’intero sistema è costretto a muoversi con lui.






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