di Giovanni Loche
All’inizio del 2020, Vincenzo De Luca era un presidente in affanno. Nonostante fosse alla guida della Regione Campania dal 2015, il suo secondo mandato appariva tutt’altro che scontato. Il consenso popolare, un tempo solido, si era progressivamente sgretolato, e le tensioni interne al Partito Democratico lasciavano presagire un possibile cambio di rotta.
A Roma, tra i vertici del partito, si discuteva apertamente della possibilità di sostituirlo con un candidato più “unitario”, magari condiviso con il Movimento 5 Stelle. Il nome che circolava con più insistenza era quello di Sergio Costa, ex generale dei Carabinieri Forestali e ministro dell’Ambiente nel governo Conte.
I sondaggi confermavano il malcontento diffuso e preoccupante per l’ex sindaco di Salerno. Secondo una rilevazione pubblicata da “Il Sole 24 Ore” nel 2019, solo il 35,7% dei campani avrebbe votato nuovamente per De Luca. Un dato allarmante per un presidente uscente, che sembrava ormai aver perso il contatto con una parte significativa dell’elettorato. La sua leadership, spesso definita autoritaria e accentratrice, aveva creato fratture anche all’interno della sua stessa maggioranza. E mentre il dibattito politico si infiammava, la realtà quotidiana dei cittadini campani raccontava una storia diversa, cioè quella di una sanità pubblica in affanno, di ospedali sotto organico, di liste d’attesa interminabili.
La sanità, del resto, era il vero tallone d’Achille della sua amministrazione. Era stata commissariata da anni per debiti pregressi, la Regione Campania era costretta a operare sotto rigidi vincoli di bilancio. Questo aveva portato a tagli drastici, soprattutto al personale medico e infermieristico. Tra il 2009 e il 2017, la spesa per il personale sanitario era passata da 3,26 miliardi a 2,59 miliardi di euro. Un crollo che aveva avuto conseguenze dirette sulla qualità dei servizi offerti ai cittadini nell’intera regione. Nel 2018, la Campania risultava penultima in Italia per i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), superata solo dalla Calabria.
Eppure, nonostante le difficoltà, De Luca aveva scelto di mantenere per sé la delega alla sanità, rifiutando di nominare un assessore competente. Una scelta che molti interpretarono come un segnale di sfiducia verso la propria squadra, ma anche come un tentativo di concentrare il potere decisionale nelle proprie mani. Le nomine dei direttori generali delle ASL, spesso criticate per la loro evidente incapacità, rafforzarono questa percezione. Mentre i medici denunciavano carenze strutturali e turni massacranti, i manager sanitari nominati dalla giunta vedevano aumentare i propri stipendi in modo significativo. In questo clima di sfiducia crescente, l’ipotesi di una sconfitta elettorale nel 2020 non sembrava affatto remota. Anzi, per molti osservatori, era lo scenario più probabile. Il centrosinistra campano appariva diviso, il Movimento 5 Stelle ancora forte nei sondaggi, e il centrodestra pronto a riproporre Stefano Caldoro, già presidente della Regione tra il 2010 e il 2015. Tutto lasciava presagire una campagna elettorale difficile, forse la più incerta della carriera politica di Vincenzo De Luca che ironicamente e in modo colorito veniva definito il PolPot della Costiera.
Poi, all’improvviso, arrivò la pandemia. E con essa, un’opportunità inaspettata per riscrivere completamente il copione. All’inizio del 2020, mentre Vincenzo De Luca arrancava tra sondaggi in calo e critiche sulla gestione della sanità, il centrodestra campano intravedeva una concreta possibilità di riconquista della Regione. Dopo anni di divisioni e candidature deboli, i leader nazionali di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia avevano trovato un accordo: il candidato unitario sarebbe stato Stefano Caldoro, già presidente della Campania dal 2010 al 2015 e sconfitto da De Luca nel 2015 per poco più di 60.000 voti.
Caldoro, molisano di nascita ma campano d’adozione, era considerato un profilo esperto, moderato, capace di tenere insieme le anime del centrodestra. Il suo ritorno in campo fu annunciato ufficialmente il 22 giugno 2020, ma la sua candidatura era nell’aria da mesi. “Ho scelto la mia terra per l’impegno politico ed istituzionale. Insieme, facciamo ripartire la Campania con serietà e passione”, scriveva sui social nel giorno dell’investitura.
Secondo quanto dichiarato dallo stesso Caldoro in un’intervista a LA7, prima della pandemia il centrodestra godeva di un vantaggio stabile di circa 15 punti nei sondaggi. Una forbice ampia, che rifletteva il malcontento verso De Luca e la voglia di cambiamento di una parte consistente dell’elettorato campano. In quel momento, la partita sembrava davvero aperta.
Ma poi arrivò il Covid. E con esso, un ribaltamento totale degli equilibri. Una campagna elettorale sbagliata, nel momento sbagliato. Se De Luca seppe trasformare la pandemia in una piattaforma di rilancio personale, Caldoro ne fu travolto malgrado lui. Durante i mesi più duri dell’emergenza, tra marzo e maggio 2020, il leader dell’opposizione regionale rimase in silenzio. “Quando doveva esserci, non c’era”, scrive “Fanpage.it” in un’analisi impietosa della sua campagna elettorale. In un momento in cui i cittadini cercavano punti di riferimento, Caldoro non riuscì a imporsi come alternativa credibile. Non contestò le ordinanze di De Luca, non sollevò dubbi sulla gestione sanitaria, non offrì una narrazione diversa.
Il centrodestra, nel frattempo, si muoveva in ordine sparso. Forza Italia, ormai ridotta a un partito fantasma in Campania, temporeggiò a lungo sulla candidatura. Matteo Salvini avrebbe preferito un altro nome, e l’ufficializzazione di Caldoro arrivò tardi, quando ormai De Luca aveva già conquistato la scena mediatica. La campagna elettorale fu debole, priva di slancio, e segnata da scelte comunicative discutibili: il cartonato con il volto di Caldoro, ribattezzato “Cartoro”, divenne un boomerang virale. Anche sul piano politico, Caldoro si ritrovò senza i “pacchetti di voti” tradizionali: i Cesaro, i Beneduce, i Patriciello, tutti assenti o defilati. La sua coalizione, pur formalmente unita, mancava di entusiasmo e di radicamento territoriale.
Una sconfitta annunciata. Il risultato fu disastroso. Alle urne, Caldoro si fermò al 18,1%, contro il 69,5% di De Luca. Una débâcle che segnò non solo la fine delle ambizioni regionali del centrodestra, ma anche la conferma di quanto la pandemia avesse alterato profondamente il panorama politico campano.
Eppure, solo pochi mesi prima, lo scenario era completamente diverso. Se le elezioni si fossero tenute a maggio, come inizialmente previsto, è lecito pensare che la storia avrebbe potuto prendere un’altra direzione. Caldoro, forte di un vantaggio nei sondaggi e di un’opposizione compatta, avrebbe potuto giocarsi le sue carte. Ma il rinvio del voto, unito alla gestione mediatica dell’emergenza da parte di De Luca, cambiò tutto.
Quando si analizza la vittoria schiacciante di Vincenzo De Luca alle elezioni regionali del settembre 2020, è impossibile ignorare il ruolo determinante giocato dalla pandemia. Non si tratta solo di una coincidenza temporale, ma di un vero e proprio spartiacque politico. Fino a febbraio, De Luca era un presidente in affanno, con un consenso in calo, una sanità regionale sotto accusa e un partito diviso sulla sua ricandidatura. Il centrodestra, con Stefano Caldoro, era convinto di avere la vittoria a portata di mano.
Poi, nel giro di poche settimane, tutto cambiò. L’emergenza sanitaria offrì a De Luca una ribalta mediatica senza precedenti. Le sue dirette Facebook, il linguaggio colorito, le ordinanze sever, tutto contribuì a costruire l’immagine di un leader deciso, inflessibile, capace di proteggere i cittadini in un momento di paura collettiva. La narrazione del “governatore sceriffo” prese il sopravvento su ogni altra considerazione, oscurando anni di criticità amministrative e di tagli alla sanità. Il rinvio delle elezioni da maggio a settembre fu il colpo di grazia per gli avversari. De Luca ebbe il tempo di consolidare il suo nuovo consenso, mentre Caldoro e il centrodestra si ritrovarono spiazzati, incapaci di reagire a una campagna elettorale ormai dominata dalla gestione dell’emergenza. Il risultato fu un plebiscito, quasi il 70% dei voti, con margini bulgari in tutte le province.
Ma dietro il trionfo elettorale si nasconde una verità scomoda, senza la pandemia, De Luca avrebbe sicuramente perso. I dati, i sondaggi e le dinamiche politiche di inizio 2020 lo dimostrano chiaramente. La sua rielezione non fu il frutto di un bilancio amministrativo positivo, ma l’effetto di una crisi straordinaria che seppe cavalcare con abilità comunicativa e spregiudicatezza politica.
Oggi, a distanza di anni, quella stagione appare sempre più come un’anomalia. Un momento in cui la paura ha sospeso il giudizio, e la narrazione ha preso il posto della realtà. La pandemia non ha solo cambiato le nostre vite ma ha riscritto anche la storia politica della Campania. E Vincenzo De Luca, da presidente in declino, è diventato il simbolo più clamoroso di questa trasformazione.
Un potere accentrato e opaco: le critiche politiche prima del Covid. Se la sanità era il punto più visibile della crisi di consenso di Vincenzo De Luca prima della pandemia, non era certo l’unico. Già da tempo, il presidente della Regione Campania era al centro di critiche trasversali per il suo stile di governo, definito da molti come autoritario, personalistico e poco trasparente. Un modello di gestione che, secondo i suoi detrattori, concentrava il potere nelle mani di pochi fedelissimi e marginalizzava ogni forma di opposizione, anche interna al suo stesso partito.
Le accuse più frequenti riguardavano la gestione delle nomine pubbliche, spesso affidate a figure vicine al presidente, anche in assenza dei requisiti previsti. Un caso emblematico fu quello della nomina di Felice Marotta a direttore generale del Comune di Salerno, incarico per il quale De Luca fu condannato dalla Corte dei Conti al pagamento di 17.000 euro per “evidente colpa grave”. In un altro episodio, fu riconosciuto responsabile di un danno erariale di oltre 100.000 euro per aver autorizzato indennità maggiorate a quattro collaboratori senza i dovuti requisiti.
Ma le critiche non si fermavano alla sfera amministrativa. Sul piano politico, De Luca era accusato di aver trasformato la Regione in un feudo personale, dove ogni decisione passava dal suo ufficio. Il suo rapporto con il Partito Democratico nazionale era teso, al limite della rottura. A Roma, molti dirigenti lo consideravano un corpo estraneo, difficile da controllare. E lui, dal canto suo, non perdeva occasione per lanciare frecciate velenose contro la segreteria del partito. “Tanto da qui sempre devono passare”, avrebbe detto ai suoi fedelissimi, secondo un retroscena riportato dal “Corriere della Sera”, riferendosi al fatto che nessun candidato del PD avrebbe potuto vincere in Campania senza il suo sostegno.
Questa tensione si traduceva in una gestione politica spesso conflittuale, in cui il dialogo con le opposizioni era pressoché inesistente e il confronto interno ridotto al minimo. Le accuse di clientelismo, favoritismi e gestione opaca delle risorse pubbliche erano ricorrenti. E anche sul fronte delle grandi opere e dei fondi europei, non mancavano le polemiche, ritardi, progetti bloccati, e una burocrazia regionale percepita come inefficiente e politicizzata erano di evidenza pubblica.
In questo clima, la figura di De Luca appariva sempre più isolata. Il suo consenso personale era in calo, e il malcontento serpeggiava anche tra gli amministratori locali, molti dei quali lamentavano una gestione verticistica e poco collaborativa. La sua ricandidatura per il 2020, inizialmente osteggiata da una parte del PD, sembrava destinata a naufragare. Solo l’arrivo della pandemia, e la sua abilità nel cavalcare l’emergenza, gli permisero di ribaltare completamente la situazione.
Il colpo di scena del 2015: la svolta targata De Mita. Ma la sua inadeguatezza veniva da lontano, la sua stessa vittoria alle elezioni regionali del 2015 fu tutt’altro che scontata. Anzi, fino a pochi giorni prima del voto, i sondaggi anche in questo caso lo davano in svantaggio rispetto al presidente uscente Stefano Caldoro. Ma fu proprio in extremis, nelle ultime ore utili prima della chiusura delle liste, che si consumò un colpo di scena destinato a cambiare il corso della storia politica campana, ovvero il passaggio dell’Udc di Ciriaco De Mita dal centrodestra al centrosinistra.
Fino a quel momento, l’Udc era considerata parte integrante della coalizione che sosteneva Caldoro. I voti centristi, soprattutto nelle aree interne dell’Irpinia e del Sannio, erano ritenuti fondamentali per garantire la riconferma del governatore uscente. Ma qualcosa si ruppe. Secondo quanto riportato da “Il Fatto Quotidiano”, fu un incontro notturno a Marano tra un emissario di De Mita e De Luca a sancire il cambio di rotta. L’accordo fu suggellato con l’avallo di Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc, e portò al ritiro dei candidati centristi dalle liste del centrodestra.
Ufficialmente, la rottura fu motivata da divergenze politiche e dalla delusione per l’esito delle trattative con Caldoro. Ufficiosamente, però, si parlò di un mancato accordo su alcune candidature chiave e sulla richiesta, avanzata da De Mita, di un posto in giunta per la figlia Antonia. Caldoro rifiutò di piegarsi al diktat dell’ex premier, e l’Udc virò verso De Luca.
Il risultato fu determinante. De Luca vinse con il 41,15% dei voti, superando Caldoro di appena 67.000 preferenze.
Senza quel passaggio, la Campania sarebbe rimasta al centrodestra. Lo ammise lo stesso Caldoro, che parlò apertamente di “tradimento” e di “vittoria segnata da due fattori. Salerno e l’uscita dell’Udc dalla nostra coalizione”. De Luca, da parte sua, negò che ci fosse stato un “accordo di potere” con De Mita. “Ci siamo combattuti con rispetto, ma oggi ci accomuna la volontà di affrontare i problemi della Campania”, dichiarò in un’intervista a “Giornale dell’Irpinia”.
Ma il dato politico era chiaro, e cioè senza il sostegno dell’Udc, la sua vittoria non sarebbe stata possibile. Quella svolta dell’ultimo minuto, orchestrata da uno dei grandi vecchi della politica italiana, segnò l’inizio dell’era De Luca a Palazzo Santa Lucia. Un’era che, come abbiamo visto, sarebbe stata messa seriamente in discussione cinque anni dopo, se non fosse intervenuta la pandemia a riscrivere tutto.








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