Nel teatro infinito della politica italiana, la premier pensa alle leggi elettorali, il leader leghista punta a tornare al Ministero dell’Interno e il centro gioca a non farsi imbrigliare. E sullo sfondo, scenari degni di una commedia nazionale tutta da seguire con attenzione.

C’è un’Italia che a settembre riapre le scuole, e ce n’è un’altra che, già sotto l’ombrellone, prepara i compiti per casa della politica. Giorgia Meloni, mentre dispensa sorrisi e decreti, ha capito che l’attuale legge elettorale è una roulette russa. Meglio il proporzionale, quel sistema che non dà certezze la notte dello spoglio ma offre un vantaggio inestimabile: non restare ostaggio di chi ti può far cadere da un giorno all’altro. Si racconta che, tra un Consiglio dei ministri e l’altro, abbia iniziato a usare il linguaggio delle soglie di sbarramento: «Questa mattina voglio un caffè… ma che superi il 4%».

Ma mentre la premier disegna scenari a tavolino, Matteo Salvini ha lo sguardo fisso su un altro palazzo, quello del Viminale. La poltrona del Ministero dell’Interno gli manca come certe canzoni dell’estate: un po’ di nostalgia e tanta voglia di tornare in classifica.

Del resto, in quei corridoi lasciò l’impronta della ruspa e la fama di ministro-sceriffo. Tornarci significherebbe riconquistare il centro della scena e, diciamolo, avere una postazione più comoda da cui gestire le turbolenze giudiziarie che di tanto in tanto bussano dalla Sicilia. Si dice che a Catania qualcuno stia ancora rileggendo fascicoli, e a Salvini non dispiacerebbe affrontarli dall’alto di una scrivania ministeriale.

E mentre i due litigano su formule e poltrone, c’è chi nel mezzo preferisce fare il battitore libero. Carlo Calenda, con la solita aria da professore disincantato, ha già detto di non voler giocare nel campo largo: troppo fango, troppa confusione, troppi decibel.

Meglio la sua terza via, fatta di tweet al vetriolo e conferenze stampa misurate al millimetro, nella speranza di raccogliere quei voti di chi non si riconosce né a destra né a sinistra, ma che intanto vuole sentirsi importante la sera dello spoglio.

Gli scenari dietro le quinte Ma quali scenari dietro le quinte della politica romana? E allora proviamo a immaginare i prossimi mesi, non come un freddo report, ma come un atto unico di quella commedia tutta italiana che sa mescolare tragedia, cabaret e qualche colpo di scena.

Scenario proporzionale. Meloni riesce a mettere d’accordo chiunque su una cosa sola: cambiare le regole del gioco. Si vota, si conteggia, si brindano caffè amari e… sorpresa! Nessuno governa da solo. Palazzo Madama e Montecitorio diventano una gigantesca tavola da Risiko, con Salvini che gira tra i banchi cercando dove piantare la sua bandierina al Viminale e Calenda che, con il suo 3 virgola e spicci, si ritrova in mano la bilancia della storia. Lui, arbitro improvvisato, che con un cenno del capo può far nascere o morire governi. E intanto sorride sornione, come chi sa che il suo momento di gloria vale oro… almeno fino al prossimo sondaggio.

Scenario viminalizio. Salvini ce la fa: torna all’Interno. Il giorno del giuramento arriva in giacca impeccabile, ma qualcuno giura di aver intravisto sotto la camicia quella felpa scolorita con la scritta “Prima gli italiani” che tanto lo aveva reso popolare. Parte subito col proclama: «Porterò ordine e sicurezza!». E in effetti l’ordine arriva, almeno sulla sua scrivania, dove campeggia già la cartina dell’Italia con le zone rosse cerchiate in rosso… e in verde quelle dove la Lega spera di pescare qualche voto in più.

Scenario centrista. E poi c’è Calenda. Ah, Calenda. L’uomo che non vuole mai stare né con Tizio né con Caio, ma che riesce sempre a farsi invitare a cena da entrambi. Fonda un partito nuovo, naturalmente, e lo chiama Il Giusto Mezzo: mai con nessuno, ma mai da solo. Quando va in tv arriva con un grafico così complicato che neppure l’ISTAT oserebbe tanto. Frecce, diagrammi, colori… tutti a spiegare esattamente una cosa: che lui c’è, ma non sa ancora dove sedersi. Applausi in studio, sguardi perplessi a casa, e la sensazione che il centro, in Italia, sia più una filosofia zen che una posizione politica.

E così, tra tavole da Risiko, felpe nostalgiche e grafici incomprensibili, la politica continua a fare ciò che le riesce meglio, ovvero intrattenere un Paese che, nonostante tutto, resta incollato alla scena.

Con il suo sarcasmo asciutto, si potrebbe sintetizzare: «Se cercate la coerenza in politica, ricordate che non è un diritto acquisito. È una grazia, e si rinnova a ogni stagione, come l’abbonamento alla spiaggia.»

E intanto l’Italia osserva, commenta, si indigna e sorride, in un misto di commedia e tragedia che è la cifra eterna di questo Paese. Perché alla fine, tra leggi proporzionali, ministeri contesi e centri che non centrano mai, la politica italiana resta un palcoscenico dove, più che la trama, conta lo spettacolo.

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