L’annessione al Regno d’Italia non fu spontanea e indolore come qualcuno vuol farci intendere. Dalla fuga dell’ultimo Borbone all’intronizzazione del regno sabaudo intercorrono una serie di tentativi di stabilizzazione politica che segnarono una svolta tutt’altro che popolare. La borghesia, che puntava a incamerare nuovi beni e ad acquistare potere, fece sentire la sua voce, ma non riuscì ad ottenere quanto richiesto. Ad intorbidire le acque del nuovo assetto politico-sociale fu la delusione delle province, che dal nuovo governo piemontese si aspettavano meno tasse, lavoro e una ripartizione equa delle ricchezze del territorio. In ordine a tutto ciò, va aggiunto che l’aristocrazia filo-borbonica fomentò selvaggiamente il malcontento delle masse.
“Con il Plebiscito del 21 ottobre 1860 cessava la Dittatura garibaldina. Il forte grado di astensione in Campania denunciava lo stato di tensione politico-sociale dominante nella regione, acuitosi durante la breve parentesi dittatoriale. Se nell’ex capitale l’amministrazione centrale e quella municipale avevano, sia pure fra molteplici difficoltà, continuato a funzionare, e l’ordine pubblico con l’inserimento di camorristi nella polizia era stato tenuto sotto controllo, nelle province, dove i contrasti erano più marcati ed i disagi per il carovita si facevano sentire maggiormente, la crisi amministrativa durò più a lungo. L’aspirazione della borghesia ad estendere la proprietà e a mantenere inalterato l’assetto sociale, il suo rifiuto a qualsiasi forma di compromesso sulla quotizzazione demaniale, accrebbero il malcontento contadino. C’era nella borghesia campana la convinzione, comune a tutta la borghesia meridionale, che i disordini scoppiati nelle campagne dipendessero esclusivamente dalla crisi istituzionale apertasi con la caduta del regime borbonico, e che il ripristino dell’autorità costituita sarebbe stato sufficiente a riportare il Mezzogiorno alla normalità. Il governo dittatoriale, preoccupato di assicurarsi il consenso degli strati borghesi, sottovalutando la portata della crisi politico-sociale che travagliava l’intero Meridione, non si era posto il problema della questione demaniale e si era limitato a conferire ai sindaci la facoltà di polizia ordinaria. Bisognò aspettare i primi anni del 1861, perché fossero adottati dal Farini provvedimenti straordinari per la quotizzazione dei demani. Quando, però, quelle misure entrarono in vigore, era ormai troppo tardi. Nelle campagne e sui monti del Mezzogiorno infuriava il brigantaggio. Nel clima di delusione e di normalizzazione dei primi anni post-unitari, la Campania fu interessata dalla guerriglia brigantesca. L’Avellinese, il Beneventano, l’Alta Terra del Lavoro, il Cilento, il Vallo di Diano e la stessa area vesuviana furono teatro delle principali azioni del brigantaggio organizzato, che, perdendo i connotati iniziali di rivolta legittimista, assunse, con sempre maggiore chiarezza, l’aspetto di fenomeno sociale più che politico. La virulenza della ribellione contadina, aggravando la crisi dell’intero Mezzogiorno, ebbe una forte incidenza nell’affermazione dell’ordinamento accentrato del nuovo Regno. Le condizioni economico-sociali delle province meridionali, la debolezza della classe dirigente ed il disordine amministrativo richiesero l’istituzione di un «regime straordinario provvisorio», che avrebbe dovuto facilitare il passaggio all’unificazione nazionale. La Luogotenenza si mostrò, però, una soluzione inadeguata ad affrontare i difficili problemi insorti nel vecchio Regno. Sembrò che il programma «gradualista» del Farini rispondesse meglio alle esigenze del Mezzogiorno, ma il fallimento del compromesso con gli «autonomisti» fece crollare quel disegno. Nel campo economico, poi, il «piano Farini» denunciò grossi limiti, dal momento che il sistema fiscale rimase immutato e la vendita di rendita pubblica continuò ad essere la «regola» per far fronte ai bisogni urgenti. Il passaggio dal protezionismo al liberismo, voluto dallo Scialoja, al quale erano state affidate le Finanze nel Consiglio luogotenenziale, mise a dura prova l’industria campana, anche se le posizioni del mondo imprenditoriale sulla politica doganale furono discordi. Gli industriali, che avevano sempre tratto profitto dal protezionismo borbonico, si fecero paladini della continuità; gli imprenditori, che non si erano mai avvantaggiati del regime protezionistico, sposarono, invece, le dottrine liberiste nella certezza di un rapido sviluppo dell’economia regionale. La Camera di commercio si allineò su questa posizione, benché non mancasse nell’ambiente camerale il timore di ripercussioni negative soprattutto per il mercato napoletano, che avrebbe potuto trovarsi troppo esposto alla concorrenza nazionale ed estera”.

Cfr: G. Brancaccio, Dall’Unità alla «Rivoluzione parlamentare»: Persistenze e mutamenti, Napoli 1991

 

Nella foto INGRESSO DI GARIBALDI A NAPOLI, di Franz Wenzel Schwarz, Museo di Castel dell’Ovo, Napoli (Wikipedia)

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