A Benevento un dirigente di primo piano del Comune è stato arrestato in flagranza mentre incassava una tangente da 4mila euro per sbloccare pratiche edilizie. Il Gip ha disposto il carcere per l’accusa di concussione, mentre dalle perquisizioni emergono somme di denaro e documenti compromettenti che potrebbero allargare il perimetro investigativo.
L’arresto di un dirigente pubblico con accuse così gravi non è mai soltanto una notizia di cronaca giudiziaria, rappresenta piuttosto un fatto politico nel senso più profondo del termine, in quanto riguarda il modo in cui il potere si esercita, il rapporto tra istituzioni e cittadini e, soprattutto, la qualità etica della vita pubblica. Il cosiddetto “caso Santamaria” si inserisce in una lunga e stratificata tradizione italiana in cui la linea di confine tra funzione pubblica e interesse privato tende, ciclicamente, ad assottigliarsi. Non è certo un fenomeno nuovo, ma è proprio la sua ricorrenza a renderlo strutturale e, quindi, ancora più inquietante.
La concussione, se accertata, rappresenta una delle forme più gravi di tradimento del patto tra Stato e cittadino; il funzionario pubblico, infatti, non è semplicemente un esecutore di procedure amministrative ma rappresenta il vero e proprio custode di una funzione che ha natura etica prima ancora che giuridica. Naturalmente, quando questa funzione viene piegata a interessi personali, ciò che viene meno non è solo la legalità, ma la legittimità stessa dell’istituzione. E allora, la fiducia, che rappresenta il vero capitale invisibile della pubblica amministrazione, si incrina; e quando la fiducia si incrina, il danno è sempre collettivo.
Non è un caso che nelle grandi tradizioni del pensiero politico, da Aristotele a Machiavelli fino a Weber, il tema della “virtù del governante” e di conseguenza del funzionario sia centrale, in quanto non si tratta di moralismo, ma di una questione strutturale, perché senza integrità, il potere amministrativo diventa arbitrio. Questo ci porta a riconoscere un ulteriore un aspetto ancora più profondo, di natura antropologica, dove vicende come questa non nascono nel vuoto, ma si sviluppano in contesti in cui determinate pratiche, come il favore, la scorciatoia e la “mediazione” opaca, vengono progressivamente normalizzate.
Il dato più inquietante della vicenda non è tanto l’episodio in sé, quanto la possibile esistenza di un’abitudine, di una cultura implicita che rende plausibile, quasi ordinaria, la richiesta di denaro per sbloccare pratiche amministrative; in questo senso, la corruzione non è solo un reato ma diviene una sorta di linguaggio sociale stratificato. In altre parole si configura come un modo distorto di organizzare i rapporti tra cittadini e istituzioni, in cui il diritto cede il passo alla negoziazione informale, e la legge viene sostituita dalla discrezionalità dell’agire pubblico. È qui che il problema diventa sistemico, perché una società che tollera, anche implicitamente, queste dinamiche finisce per interiorizzarle.
A questo livello, la corruzione smette di essere un’eccezione patologica e si trasforma in una prassi relazionale, in una dinamica tacita che orienta i comportamenti, e che inevitabilmente costringe il cittadino a non percepirsi più come titolare di un diritto, ma come soggetto costretto a “trattare” l’accesso a ciò che gli spetterebbe per legge; l’amministrazione, dal canto suo, perde la propria funzione di garante imparziale e si trasforma in un intermediario non affidabile, capace solo di distribuire vantaggi selettivi. In questo slittamento si produce un effetto antropologico profondo, cambia il modo in cui gli individui percepiscono lo Stato, non più come spazio della legalità condivisa, ma come arena di opportunità diseguali, inevitabilmente si innesca un circolo vizioso in cui la sfiducia alimenta la corruzione e la corruzione alimenta ulteriore sfiducia. Quando il rispetto delle regole appare inefficace o addirittura penalizzante rispetto a chi le aggira, si diffonde una razionalità opportunistica che erode progressivamente il senso civico; in tal modo la devianza non viene più percepita come tale, ma come adattamento a un contesto percepito come ingiusto o inefficiente. È in questa che definiremmo “normalizzazione del comportamento deviante” che si annida il vero rischio, ovvero la perdita del confine simbolico tra lecito e illecito, in questa prospettiva, la corruzione non è soltanto una questione giudiziaria, ma una crisi della cultura pubblica. Riguarda il modo in cui una comunità costruisce il proprio rapporto con le istituzioni, la qualità del patto sociale e il grado di fiducia reciproca tra cittadini e amministrazione; e quando questo patto si incrina, la legalità diventa fragile, intermittente, negoziabile. Ed è proprio in questa zona grigia che le pratiche illegali trovano spazio per radicarsi e riprodursi nel tempo.
Sul piano politico-istituzionale, la vicenda impone una riflessione sulla struttura stessa delle amministrazioni locali, una riflessione approfondita sulla concentrazione di poteri, sulla gestione di pratiche sensibili come quelle urbanistiche, sul rapporto tra dirigenti e vertici politici, costituisce un terreno delicato della vita collettiva. Le dichiarazioni del sindaco di Benevento, on. Clemente Mastella, che ha voluto chiarire l’assenza di un ruolo diretto del dirigente nel gabinetto politico, vanno lette in questa chiave, evidenziando la necessità di preservare una distinzione netta tra funzione amministrativa e indirizzo politico. Ma questa distinzione, per essere credibile, deve essere sostanziale e non solo formale, infatti non basta negare connessioni, bisognava costruire sistemi di controllo, trasparenza e responsabilità che rendano impossibili, o almeno estremamente difficili, derive di questo tipo. Diviene fondamentale, naturalmente, mantenere saldo il principio di presunzione di innocenza, il processo farà il suo corso, e solo una sentenza potrà accertare eventuali responsabilità.
Tuttavia il garantismo non può trasformarsi in neutralizzazione del problema, perché si deve riconoscere che prima della verità giudiziaria, esiste una verità pubblica, quella della percezione, dell’impatto sociale, della fiducia che viene meno. Ed inevitabilmente questa verità impone risposte sociali e politiche definitive, oltre che sociologicamente rassicuranti. In ultima analisi, il “caso Santamaria” pone una questione filosofico-politica di fondo: quale idea di Stato e di democrazia vogliamo?
Una certezza è innegabile, ovvero che la democrazia non si esaurisce nel voto ma vive nella qualità quotidiana dell’amministrazione, nella trasparenza delle procedure e nella possibilità per ogni cittadino di accedere ai propri diritti senza dover negoziare, pagare, o addirittura supplicare. Quando questo meccanismo si inceppa, la democrazia si svuota, fino a crollare improvvisamente, in altri termini, si logora lentamente, nella sfiducia, nel sospetto e nell’idea diffusa che “senza conoscenze non si va avanti”. È questo il vero rischio.
Dobbiamo essere consapevoli che ogni vicenda giudiziaria può essere archiviata come un fatto isolato, oppure interpretata come un sintomo generale riconoscibile; la differenza è politica, nel senso più alto del termine. Se il caso viene ridotto a responsabilità individuale, tutto resta immutato, se al contrario viene letto come occasione per interrogarsi su regole, controlli, cultura amministrativa e formazione etica, allora può diventare un punto di svolta fondamentale per la vita ci qualsiasi comunità pubblica. Si tratta della costruzione di istituzioni credibili, di procedure trasparenti, di una cultura pubblica in cui il potere sia davvero servizio ai cittadini; in questo senso, la domanda finale non riguarda più solo un uomo o un’indagine, ma riguarda tutti, ovvero: che tipo di Comunità Locale vogliamo abitare? E quanto siamo disposti, come comunità, a difenderne l’integrità?








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