
Dal 12 maggio in libreria per Silvio Berlusconi Editore il nuovo libro del giornalista del Corriere della Sera. Un viaggio nella storia costituzionale italiana tra riforme fallite, compromessi politici e il ruolo della sinistra nella costruzione della narrazione pubblica della Carta.
La Costituzione italiana è davvero “di sinistra”? Oppure è diventata nel tempo il simbolo identitario di una precisa area politica più per dinamiche storiche e culturali che per la sua reale natura originaria? Parte da questa domanda il nuovo saggio di Antonio Polito, “La Costituzione non è di sinistra. Contro l’uso politico della Carta”, in uscita il 12 maggio per la collana “Libera” della Silvio Berlusconi Editore. Il libro si presenta come un’analisi storica, politica e culturale della Costituzione italiana, ma soprattutto come una riflessione critica sul modo in cui la Carta è stata progressivamente trasformata in uno strumento di legittimazione politica e ideologica nel dibattito pubblico italiano. Polito – editorialista del Corriere della Sera e osservatore di lungo corso delle dinamiche istituzionali italiane – prova a smontare quella che definisce una “appropriazione culturale” della Costituzione da parte della sinistra italiana, sostenendo che la Carta repubblicana sia nata invece da un compromesso molto più articolato e trasversale.
Il saggio attraversa oltre settant’anni di storia italiana: dalla nascita dell’Assemblea Costituente fino alle più recenti proposte di riforma avanzate dal governo Meloni, passando per il compromesso storico, Tangentopoli, la Seconda Repubblica e i grandi referendum costituzionali falliti. Uno dei temi centrali affrontati nel libro riguarda proprio la lunga stagione delle riforme mancate. Secondo Polito, ogni tentativo di modifica della seconda parte della Costituzione – dal presidenzialismo al superamento del bicameralismo perfetto – è stato spesso bollato come “anticostituzionale” non tanto per il contenuto delle proposte, quanto per la provenienza politica di chi le sosteneva.
L’autore individua qui una contraddizione che avrebbe segnato il dibattito italiano degli ultimi decenni: l’idea che la Costituzione possa essere modificata solo entro confini culturali considerati legittimi da una parte politica. Da questa lettura nasce il titolo provocatorio del libro. Polito sostiene infatti che la Costituzione italiana sia stata concepita originariamente come un testo pluralista e anti-ideologico, costruito da culture politiche profondamente diverse – cattolica, liberale, socialista e comunista – costrette a trovare un equilibrio dopo la tragedia del fascismo e della guerra.
Nel libro viene ricostruito il clima dell’Assemblea Costituente, caratterizzato da compromessi continui, reciproche diffidenze e mediazioni faticose. Proprio quella complessità, secondo Polito, viene oggi spesso semplificata da letture politiche selettive. Particolarmente significativa è l’analisi dedicata al rapporto tra Costituzione e Partito Comunista Italiano. Secondo l’autore, l’esclusione del PCI dall’area di governo durante la Prima Repubblica contribuì progressivamente a trasformare la difesa della Carta in un elemento identitario della sinistra italiana. La Costituzione divenne così il luogo simbolico attraverso cui il PCI e successivamente i suoi eredi politici costruirono una forma di legittimazione democratica e culturale. Polito individua un punto di svolta nella stagione del “compromesso storico” di Enrico Berlinguer, quando la Costituzione iniziò ad assumere i contorni di una vera e propria formula politica condivisa dalla sinistra come argine ai rischi autoritari e come strumento di avanzamento delle riforme sociali.
Con la crisi della Prima Repubblica e dopo Mani Pulite, sostiene il giornalista, questo processo si sarebbe ulteriormente consolidato: la sinistra avrebbe progressivamente assunto il ruolo di “custode morale” della Costituzione, trasformando spesso l’opposizione alle riforme istituzionali in una componente identitaria. Ma il libro non si limita alla critica politica. Una parte molto ampia del saggio è dedicata all’analisi concreta del testo costituzionale e delle sue fragilità strutturali. Polito richiama le osservazioni di Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale, per evidenziare quelli che considera quattro nodi irrisolti dell’architettura istituzionale italiana: il bicameralismo perfetto, la debolezza del presidente del Consiglio, il meccanismo della fiducia parlamentare preventiva e l’ambiguità dei poteri del Presidente della Repubblica nello scioglimento delle Camere.
Secondo l’autore, questi elementi hanno inciso profondamente sull’instabilità cronica del sistema politico italiano, producendo governi fragili, maggioranze variabili e un costante squilibrio tra esecutivo e Parlamento. Polito affronta inoltre il tema dell’interpretazione della Carta, sostenendo che i principi costituzionali non possano essere letti come slogan politici né adattati di volta in volta alle convenienze del dibattito pubblico. Particolare rilievo viene dato al rapporto tra diritti e doveri. L’autore sostiene che negli ultimi decenni il discorso pubblico abbia privilegiato quasi esclusivamente l’espansione dei diritti individuali, trascurando invece la dimensione dei doveri civici prevista esplicitamente dalla Costituzione.
Il saggio arriva in un momento di forte centralità del tema costituzionale nel confronto politico italiano. Il governo Meloni ha infatti rilanciato il dibattito sulle riforme istituzionali, a partire dal premierato e dalla revisione degli equilibri parlamentari, riaprendo uno scontro che accompagna la Repubblica praticamente dalla sua nascita. In questo contesto, “La Costituzione non è di sinistra” si inserisce come un contributo destinato inevitabilmente a far discutere, sia per il titolo sia per l’impostazione critica adottata da Polito.
Il libro non propone una lettura neutrale della storia costituzionale italiana, ma punta apertamente a contestare quella che l’autore considera una narrazione consolidata e spesso ideologica della Carta repubblicana. Con uno stile divulgativo ma ricco di riferimenti storici, giuridici e politici, Polito invita il lettore a ripensare il rapporto tra Costituzione e identità politica, riportando il dibattito sulle riforme istituzionali fuori dagli schemi della contrapposizione ideologica. Più che un semplice saggio giuridico, il libro si presenta così come una riflessione sul modo in cui la Costituzione è diventata, nel corso della storia italiana, non soltanto il fondamento della Repubblica ma anche uno dei principali terreni di scontro simbolico e culturale tra le diverse visioni del Paese.








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