I “supereroi” della politica e le complicità dei giornalisti

 

I governanti di ogni tendenza, prima o poi, finiscono per indicare i media come i propri acerrimi nemici, ma nella realtà italiana degli ultimi anni giornali e televisioni sono stati semmai tra i principali artefici dell’ascesa dei “supereroi”, i profeti del “nuovo” che via via hanno conquistato la scena: da Berlusconi a Salvini, passando per Renzi e Di Maio. I media, in decenni di racconto personalizzato e drammatizzato, hanno trasmesso una rappresentazione della politica nella quale esistono soltanto buoni e cattivi, vincitori e perdenti. E con il loro linguaggio semplificato, sincopato e aggressivo essi hanno alimentato uno standard comunicativo al quale i leader politici si sono allineati. Con un effetto paradossale: i personaggi emersi negli ultimi anni hanno fatto propria l’indignazione e il linguaggio dei media e al tempo stesso ne sono un prodotto. In una sorta di simbiosi.  Se la forma del comunicare politico oramai è importante almeno quanto il contenuto, la “colpa” non è dei media, ma una loro responsabilità oggettiva è agli atti.

Ripercorrendo gli ultimi trent’anni di politica italiana si scoprirà che l’escalation dei principali leader è stata preceduta e preparata da una formidabile semina mediatica. Sul declinare della Prima Repubblica, Michele Santoro fa da battistrada e apre una lunga striscia di imitatori: talk show quasi tutti privi di contraddittori significativi, ma soprattutto impregnati dallo stesso mood. Indignato e vittimista. Sempre all’inizio degli anni Novanta, l’«Indipendente» di Vittorio Feltri, col suo linguaggio pop, diventa l’apripista di un giornalismo gridato, al quale alla lunga si sono allineati anche i politici. E quanto ai principali giornali, anni e anni di retroscena sanamente ficcanaso ma talora apocrifi, hanno contribuito a sdoganare la categoria del verosimile: una terra di nessuno nella quale i leader si sono trovati a proprio agio.

Una complicità “involontaria”, quella del populismo mediatico, tipica degli ultimi decenni, ma che si intreccia con una complicità di più antica data. Il giornalismo italiano ha scritto grandi pagine in tutte le stagioni – dal pre-fascismo al dopo-Tangentopoli – ma senza mai sentire come propria una vocazione al quarto potere e interpretando semmai una tendenza al fiancheggiamento di tutti i poteri. Poteri non necessariamente di governo. Anche di opposizione. Con un consociativismo diffuso in tutti i rami dell’informazione: i giornalisti giudiziari sono indulgenti con i magistrati, i critici cinematografici con i grandi registi e lo stesso vale per il giornalismo sportivo, culturale, sindacale, per non parlare di quello economico. Con una tentazione comune: partecipare al gioco, consigliare il potente. Condizionarlo. Dettargli la linea.

Nel 1959, dimettendosi volontariamente dal quotidiano «La Stampa», Enzo Forcella scrisse per «Tempo presente» un articolo titolato Millecinquecento lettori, lasciando tra l’altro un brano memorabile: «La caratteristica più tipica del nostro giornalismo politico, forse dell’intera politica italiana (…) è l’atmosfera delle recite in famiglia, con protagonisti che si conoscono sin dall’infanzia, si offrono a vicenda le battute, parlano una lingua allusiva e, anche quando si detestano, si vogliono bene»[1]. Questa descrizione resterà per decenni un affresco vivido del rapporto tra potere e giornalismo politico.

Sono passati esattamente 50 anni da quel saggio e da allora qualcosa è cambiato. A cominciare da un paradosso: oggi i vecchi media – per quanto meno creduti di un tempo – sono capaci di “produrre” più effetti politici che nel passato. Proprio nello spirito del proverbiale affresco di Forcella vale la pena riprendere la riflessione critica e autocritica, intanto da parte di quei giornalisti – come chi scrive – che sono “autori” del racconto della politica di questi anni.  Se l’escalation delle forze anti-sistema in Italia sinora è stata nettamente più potente che altrove – anche più degli Stati Uniti, dove Donald Trump ha preso quasi tre milioni in meno di Hillary Clinton – le ragioni non possono che esser tante e tra queste è interessante mettere a fuoco se e quale sia stato il concorso dei media.

Diffidando però delle autocritiche generiche e alla fine autoassolutorie: come quella avviata da frange di classe dirigente spiazzata dall’avvento dei nuovi “barbari” giallo-verdi. Una discussione pubblica sulla frattura popolo-élites è stata incoraggiata a metà gennaio del 2019 dallo scrittore Alessandro Baricco con un intervento su «La Repubblica»[2], nel quale si invitavano le classi dirigenti a non arroccarsi, riconoscendo le ragioni di alcune pulsioni anti-elitarie. Una discussione che ha finito per riproporre le consuete argomentazioni a favore dell’inevitabile necessità di élites competenti e consapevoli. Senza soffermarsi sulle deformazioni che un potere esclusivo e autoreferenziale possano determinare. Per ora le élites giornalistiche in Italia hanno preferito non riflettere sul proprio ruolo. Rinunciando a ragionare se e quanto un modello “caldo” di informazione sia compatibile con gli imperativi costitutivi della professione: accuratezza, imparzialità, spirito critico. Che naturalmente sono cosa ben diversa, non soltanto da una costante emotività, ma anche da una inarrivabile e ideologica obiettività.

Leave a Reply

  • (not be published)