Quando il miracolo della vita diventa un protocollo industriale, il robot-madre costerà 12mila euro, ma il prezzo per l’umanità potrebbe essere incalcolabile.
C’è un laboratorio nel Guangdong dove si sta compiendo il passaggio più radicale dalla notte dei tempi: qui, tra cavi e bioreattori, si prova a sostituire il respiro di una madre con il ronzio di un server. Il dottor Zhang Qifeng, cervello fuggito a Singapore e poi tornato in patria con la sua startup Kaiwa Technology, annuncia senza emozione che la gravidanza umana è ormai “tecnologia matura”. Il suo robot gestazionale – un umanoide con utero artificiale – potrebbe essere pronto già nel 2026. Prezzo: 100.000 yuan, meno di un’utilitaria. Lo sconto sulla vita che fa tremare le coscienze.
Il funzionamento è da manuale di fantascienza distopica: liquido amniotico sintetico, nutrienti pompati attraverso un tubo-ombelico, sensoristica che monitora lo sviluppo del feto. Tutto perfetto, tranne un dettaglio: manca il calore di uno sguardo, la carezza che modifica il codice epigenetico, quel dialogo biochimico che lega per sempre due esistenze. Le reazioni sui social cinesi spaccano il paese: c’è chi sogna di liberare le donne dal “rischio del parto” e chi grida alla crudeltà verso creature condannate a nascere senza una voce che canti ninne nanne.
La mossa cinese non nasce da slancio filantropico, ma da un’emergenza demografica che sta diventando crisi nazionale. I tassi di infertilità sono schizzati dall’11.9% del 2007 al 18% nel 2020. Davanti a questi numeri, il regime preferisce investire in androidi piuttosto che ripensare modelli sociali o welfare. E lo fa con il pragmatismo tipico di chi vede tutto come problema di ingegneria, perché pagare una donna (oltre 200.000 dollari negli USA) quando una macchina fa lo stesso lavoro per il 7% del costo?
C’è un paradosso agghiacciante in questa corsa alla maternità meccanica, mentre l’Italia criminalizza la gestazione per altri rendendola “reato universale”, la Cina ne elimina addirittura la componente umana. Ma privare la nascita della sua dimensione relazionale non è progresso, è piuttosto la capitolazione definitiva davanti all’ossessione produttivistica. Come scrivevano già nel 2022 i ricercatori del Children’s Hospital di Philadelphia: “Rischiamo di svalutare l’esperienza femminile di trarre significato da questo aspetto unico della biologia”. È davvero questo il futuro che vogliamo? Un mondo dove i ricchi potranno comprare gravidanze bio-meccaniche mentre i poveri vendono ancora il proprio utero nei paesi dove la surrogata è legale? Dove il legame più viscerale dell’esistenza viene delegato a un androide con software versione 3.0?
La verità è che nessuno, non il dottor Zhang, non i legislatori cinesi, non i bioetici occidentali, sa quali danni psicologici potrebbe produrre una generazione cresciuta in “biobag”. Ma quando il profitto e la disperazione si incontrano, l’etica spesso finisce a far da tappeto. E forse, tra vent’anni, qualcuno si sveglierà in un mondo di adulti nati da macchine, chiedendosi perché la prima parola che pronunciarono non fu “mamma” ma “error 404”.







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