La “Matinata” di Molinara, rito notturno che inaugura i festeggiamenti di San Rocco nel borgo sannita, è uno di quei fenomeni che, a uno sguardo superficiale, potrebbero sembrare semplici usanze locali, legate al folklore e al ciclo religioso del patrono. Eppure, quando lo si osserva con attenzione antropologica, ci si accorge che questo rito custodisce meccanismi profondi di coesione sociale, memoria collettiva e identità culturale, che parlano non solo di Molinara, ma dell’intero universo delle aree interne appenniniche e del Mezzogiorno.
La scena è nota agli abitanti, nella notte tra il 15 e il 16 agosto, quando il silenzio avvolge i vicoli in pietra, una banda musicale rompe la quiete e un banditore comincia a percorrere le strade del paese, fermandosi davanti alle case. A ogni famiglia viene rivolto l’invito a partecipare alla Messa solenne del giorno successivo, in onore del santo patrono. Non si tratta soltanto di un annuncio religioso: il richiamo assume la forma di un atto simbolico, attraverso il quale la comunità si riconosce e si rinnova. La voce che chiama per nome ciascun nucleo domestico non informa, ma trasforma, perché riconferisce appartenenza e reintegra ogni singola casa in una rete sociale più ampia. È un momento di passaggio, una soglia che separa e al tempo stesso unisce la quotidianità e il tempo straordinario della festa. Victor Turner avrebbe definito la “Matinata” un rito “liminale”, perché avviene in un confine sospeso, la notte che prepara il giorno, in cui le identità si dissolvono e si ricompongono in un senso nuovo di comunità.
Questo carattere di rigenerazione sociale non è un tratto esclusivo di Molinara, ma appartiene a una costellazione di pratiche simili diffuse in tutto l’Appennino centro-meridionale. In Abruzzo, ad esempio, sono note le “Questue” notturne di Natale e Pasqua, quando gruppi di cantori percorrono i paesi intonando canti rituali e ricevendo offerte; in Puglia, le confraternite attraversano le strade al buio nella Settimana Santa, accompagnate dal suono cadenzato dei tamburi; in Basilicata e in Calabria, non è raro che le feste patronali siano precedute da annunci collettivi, colpi di mortaio o visite porta a porta che coinvolgono direttamente le famiglie. In Campania, oltre alla “Matinata”, esistono esempi come le “Tammurriate” mariane attorno ai santuari vesuviani o i “Canti di questua” per la Madonna dell’Arco, che mettono al centro la dimensione comunitaria e sonora del rito.
Ciò che rende unica la “Matinata” di Molinara è però la sua capacità di coniugare la dimensione del suono con quella della parola nominativa. Mentre in molte tradizioni simili l’annuncio resta generico o si affida al canto collettivo, qui ogni famiglia viene chiamata per nome. È un dettaglio che fa la differenza, perché restituisce il senso della comunità come somma di unità riconosciute e riconoscibili. È un modo per dire: “Tu fai parte di noi, il tuo posto è qui con noi tutti”. In un’epoca di spopolamento e di emigrazione, questo gesto assume un valore ancora più profondo. Per i molinaresi che tornano dall’estero o dalle città del Nord Italia, ascoltare la voce che nomina la propria famiglia significa ritrovare un legame, sentirsi parte di un cerchio che, pur disperso, si ricompone almeno per la durata della festa.
Non va trascurato l’aspetto sonoro. Come notava Ernesto De Martino nei suoi studi sul tarantismo e sui rituali del Sud, la musica nei riti popolari non è un semplice accompagnamento, ma un dispositivo che agisce sul corpo e sulla mente, creando partecipazione e comunione. Il rullo dei tamburi, gli ottoni della banda e la voce del banditore che si ripete ossessiva hanno un effetto performativo, destano dal sonno, ma soprattutto risvegliano la memoria. Ogni anno, quel suono è lo stesso, e proprio nella sua ripetitività diventa garanzia di continuità.
Le feste patronali del Mezzogiorno hanno sempre svolto la funzione di mantenere viva la coesione sociale e di elaborare collettivamente le tensioni. Come ricorda De Martino, esse servivano spesso a “esorcizzare la crisi”, a trasformare il dolore e l’angoscia in celebrazione. In questo senso, la “Matinata” di Molinara non è un residuo arcaico, ma un dispositivo ancora attivo, perché nel suo piccolo, resiste come risposta comunitaria alle fragilità del presente, dal calo demografico all’emigrazione, dall’isolamento delle aree interne alla necessità di ritrovarsi come popolo.
Se la guardiamo nella prospettiva più ampia delle narrazioni popolari collettive dell’Appennino, la “Matinata” diventa una metafora potente del ruolo dei riti nelle aree interne. Non è solo memoria del passato, ma costruzione del presente. È un racconto che ogni anno si rinnova, e che si fonda non sui libri o sulle cronache, ma sulla voce, sulla musica, sul corpo della comunità che si muove insieme nella notte. È qui che risiede il suo valore antropologico, ovvero nella capacità di creare “Communitas”, come direbbe Turner, ossia quella sensazione di uguaglianza e solidarietà che emerge nei momenti rituali, sospendendo per un attimo le differenze sociali e riaffermando l’unità.
La “Matinata”, dunque, non è solo di Molinara. È un frammento di un più vasto mosaico di pratiche rituali che hanno dato e continuano a dare senso alle aree interne del Sud. Ogni canto di questua, ogni tamburo che rompe la notte, ogni processione che attraversa le piazze è parte di questo patrimonio, che resiste nonostante le trasformazioni. La “Matinata” è il suo volto particolare, si tratta di una voce che chiama per nome, che ricorda a tutti che la comunità esiste, che la memoria è viva, che il legame non è stato spezzato. Ed è forse questo il suo segreto, in una realtà che tende a disperdere, la “Matinata” ricompone; in un tempo che tende a dimenticare, essa ricorda; in una società che tende a frammentare, essa unisce. È la prova che nelle pieghe dell’Appennino centro-meridionale la tradizione non è un fossile, ma un corpo vivo, che continua a respirare con il ritmo della musica e della parola.








Commenti recenti