Un viaggio tra i comuni più ricchi e più poveri d’Italia rivela una verità scomoda, ovvero che non è la festa a fare la differenza, ma tutto quello che c’è intorno.

È un rito che si ripete ogni estate in migliaia di piazze italiane, dal Piemonte alla Sicilia, fatto di luminarie che si accendono, i banchi gastronomici occupano il centro storico, la Pro Loco distribuisce il piatto tipico, e per due o tre giorni il paese torna a essere quello che era. Si chiama sagra, e in Italia ne esistono più di 20.000 all’anno, capaci di muovere circa 48 milioni di visitatori e un indotto stimato in 2,1 miliardi di euro. Numeri enormi, che raccontano un fenomeno tutt’altro che folcloristico. Eppure, se si scava sotto la superficie e si confrontano i comuni più ricchi e più poveri d’Italia, emerge una domanda scomoda: perché la stessa identica formula, piazza, prodotto tipico, festa patronale, produce sviluppo in un luogo e resta un rito nostalgico in un altro?

Per rispondere seriamente a questa domanda, bisogna prima liberarsi di un equivoco statistico. Le classifiche dei “comuni più ricchi d’Italia per reddito pro capite” sono dominate da nomi come Maccastorna (Lodi), Lajatico (Pisa) o Portofino, insomma, borghi di poche decine o centinaia di contribuenti, dove il trasferimento di residenza di una sola famiglia facoltosa può far schizzare la media reddituale del 200% in un anno. Sono anomalie statistiche, non modelli di sviluppo. Lo stesso vale, specularmente, per i comuni più poveri, i record negativi nazionali appartengono quasi sempre a paesi di poche centinaia di abitanti, dove un dato demografico risicato rende la media fragile e poco significativa. Per un confronto onesto, quindi, servono comuni abbastanza popolosi da avere una base statistica solida, ma abbastanza piccoli da restare comparabili tra loro. Applicando questo filtro, la classifica cambia volto; sul fronte della ricchezza emergono realtà come Basiglio, Cusago e Torre d’Isola nell’hinterland milanese, Pino Torinese nella cintura torinese, Forte dei Marmi sulla costa toscana, comuni con redditi medi tra i 40.000 e i 51.000 euro pro capite.

Sul fronte opposto, comuni come Mazzarrone (Catania), Dinami (Vibo Valentia) o Castelvetere in Val Fortore (Benevento) si attestano su redditi medi tra i 9.000 e i 12.500 euro, meno di un quarto rispetto ai primi. Stessa formula, destini diversi, e la cosa sorprendente è che, culturalmente, questi comuni non sono così diversi come ci si aspetterebbe. Anche i territori più ricchi non hanno affatto abbandonato le proprie tradizioni contadine per qualcosa di più “internazionale” o sofisticato. A Basiglio, ogni settembre, è la “Festa di Basiglio a prende la scena, dove “Le vie dell’acqua e del riso” celebra esattamente ciò che il nome suggerisce, ossia risottata in piazza, biciclettata tra le risaie, mercato dell’artigianato. A Cusago, da oltre quindici anni, “Cusago in Fiore” trasforma i prati del Castello Visconteo in un vivaio a cielo aperto. A Pino Torinese ci si ritrova per la tradizionale “Cena in Bianco” di piazza. Sul fronte opposto, a Mazzarrone il Festival Internazionale dell’Uva da Tavola IGP celebra da decenni l’unico vero motore economico del paese; a Castelvetere in Val Fortore la Sagra della Scroppella, riconosciuta di recente come Prodotto Agroalimentare Tradizionale dalla Regione Campania, mantiene viva una frittella tramandata da generazioni; a Dinami, la Sagra dei Maccheroni nella frazione di Melicuccà richiama ogni agosto gli emigrati di ritorno.

In entrambi i casi i protagonisti sono gli stessi: cibo tipico, piazza, tradizione contadina, organizzazione volontaristica delle Pro Loco. Il format è, in sostanza, simile, allora perché il risultato economico e sociale è così radicalmente diverso? Non è la festa, è il contesto, la risposta sta in quello che circonda l’evento, non nell’evento in sé. Nei comuni ricchi dell’hinterland milanese e torinese, la sagra è un tassello aggiuntivo in un ecosistema già ricco, fatto di gallerie d’arte, mostre, un tessuto professionale diversificato, una popolazione in crescita, prossimità a un grande centro urbano che garantisce servizi, lavoro, mobilità tutto l’anno. Insomma, la festa patronale non deve “salvare” l’economia locale, la accompagna, ne è un’espressione identitaria complementare.

Diversamente, nei comuni poveri dell’entroterra meridionale, la sagra è spesso l’unica cosa che succede. È gestita con il volontariato di una manciata di persone in un paese che si spopola, senza budget per investimenti infrastrutturali, senza capacità di attrarre pubblici oltre l’ambito provinciale, senza un tessuto economico diversificato capace di trasformare tre giorni di afflusso turistico in un indotto duraturo. Non a caso, l’impatto economico complessivo delle sagre italiane, quei 2,1 miliardi di euro, si concentra prevalentemente nelle aree già turisticamente attrattive del Centro-Nord, non nei borghi interni del Sud che pure ne organizzano altrettante, se non di più.

Il rischio della causalità rovesciata è il vero elemento distintivo. Attenzione, però, a non commettere un errore di prospettiva: i comuni poveri non sono poveri perché fanno sagre “meno performanti”. È vero l’esatto contrario, fanno sagre semplici, a budget quasi zero, gestite da Pro Loco con mezzi minimi, perché sono già poveri e spopolati. La Pro Loco di Castelvetere in Val Fortore, alle prese con un paese di poco più di 900 abitanti, non ha la popolazione né le risorse per organizzare alcunché di paragonabile a un evento della cintura milanese, non per mancanza di volontà o di cultura organizzativa, ma per pura scarsità materiale. È lo spopolamento e la marginalità economica preesistente a limitare l’ambizione dell’evento, non l’evento a determinare la marginalità del territorio. Il nesso causale va quindi rovesciato rispetto a come spesso viene raccontato, perché la tradizione non “fallisce” per un difetto intrinseco, fallisce perché è isolata, priva di un ecosistema economico che la sappia moltiplicare.

C’è infine un elemento che nessuna statistica di indotto economico riesce a catturare, ed è forse il più importante. Nei comuni in via di spopolamento, la sagra non è solo un evento turistico, rappresenta diversamente un vero e proprio presidio di comunità. È il giorno in cui gli emigrati tornano, in cui il paese si riconosce ancora tale, in cui una tradizione, a volte perfino certificata istituzionalmente, come la scroppella di Castelvetere, resiste all’oblio demografico. Non genera PIL misurabile, ma genera tenuta sociale in territori che, senza quell’appuntamento annuale, rischierebbero di perdere anche l’ultimo motivo per ritrovarsi. E allora il punto non è chiedersi se le tradizioni dei territori poveri “funzionino meno” di quelle dei territori ricchi. Il punto è chiedersi cosa manca intorno a quelle tradizioni perché possano avere lo stesso effetto moltiplicatore. Non servono sagre più grandi o più moderne. Serve che la sagra smetta di essere l’unica cosa che un territorio ha da offrire, e diventi, come già accade nei comuni ricchi, un tassello dentro un ecosistema fatto di infrastrutture, servizi, occasioni di lavoro e capacità di attrazione durature. Finché la festa resterà l’unica risorsa, per quanto autentica e sentita, continuerà a essere un giorno di luce in trecentosessantaquattro di silenzio, non un motore di sviluppo.

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