La fine di Corradino di Svevia segnò la caduta definitiva degli Hohenstaufen  dal trono imperiale e da quello di Sicilia, aprendo al Sud il nuovo capitolo della dominazione angioina. Carlo I d’Angiò, fratello di Luigi IX di Francia, era stato investito del Regno di Sicilia da papa Clemente IV, mentre Corradino era stato chiamato dai ghibellini a rivendicare il trono di Sicilia dopo la morte del padre Corrado di Svevia, a sua volta figlio di Federico II di Svevia e la successiva sconfitta e morte a Benevento dello zio Manfredi (1266), che peraltro, in qualche modo gli aveva usurpato il regno.
II 22 agosto 1268 i due eserciti di Corradino di Svevia e Carlo d’Angiò si scontrarono a Tagliacozzo, in terra d’Abruzzo. Una battaglia terminata con la disfatta e il tentativo di fuga del giovanissimo Corradino, tradito (a due passi dalla salvezza) da tale Giovanni Frangipane, che lo consegnò a Carlo d’Angiò. Processato sommariamente e condannato a morte, l’ultimo imperatore svevo, appena quindicenne, fu decapitato in piazza Mercato a Napoli, il 29 ottobre 1268.

“Nell’esercito svevo vi erano i guerrieri tedeschi di Corradino, gli spagnoli di Enrico, gli italiani di Toscana e i romani insofferenti al pontefice, tutti nemici accaniti di Carlo d’Angiò, che speravano di poterlo prendere prigioniero, pensando che fosse al comando del suo esercito. Sembrò, all’inizio della battaglia, che la vittoria dovesse arridere ai tedeschi, ma le sorti del combattimento mutarono e gli angioini finirono padroni del campo. Le truppe di Corradino, nel momento cruciale si scompaginarono di fronte all’organizzato e compatto esercito angioino. Allo svevo non rimase che tentare di ritornare verso Roma, mentre molti come Enrico di Castiglia ed altri disertavano sparpagliandosi in fuga in tutte le direzioni. A Roma si consigliò al giovane Corradino di imbarcarsi su una nave pisana e così il 28 agosto egli  parti per la via Appia diretto a Terracina. Mentre varcava un fiumicello, la sua comitiva fu avvistata da un castello che era nei pressi del piccolo porto dove erano attesi Corradino ed i pochi fedeli che lo seguivano. Il castello apparteneva al nobile guelfo Giovanni Frangipane, il quale, pensando che dovevano essere dei cavalieri dell’esercito svevo, non volle perdere l’occasione di acquistarsi fama e benemerenze. Presi tutti e arrestati, finirono nelle segrete del Frangipane: insieme a Corradino vi erano il cugino Federico d’Austria, Galvano Lancia e suo figlio, il Donoratico di Pisa. Nonostante la sua famiglia ai tempi di Federico II di Svevia fosse stata legata alla casa regnante, Giovanni si macchiò di questa cattura. Da lui stesso condotto al cospetto del re vincitore, a Napoli, dopo un rapido e sommario processo Corradino fu condannato insieme ai suoi fidi alla decapitazione. Carlo d’Angiò non ebbe pietà per la sua giovane età, aveva appena 15 anni, ed affrettò i tempi, anzi, nel timore di nuove sommosse. Solo con la morte dell’ultimo degli Hohenstaufen, egli poteva cominciare a sentirsi sicuro sul trono. La spietata decisione di Carlo d’Angiò attraverso i secoli ha mosso alla pietà e allo sdegno popoli e storici, che, non contenti di infamare la figura di Carlo, trasformato in un crudele giustiziere, hanno incolpato della morte del giovane imperatore anche il pontefice Clemente IV. Tuttavia la responsabilità nell’evento del pontefice fu ed è tuttora molto discussa”.

Cfr: L. SEVERINO, Corradino di Svevia e la sua tragica impresa, Napoli 1967
L. GHIRARDINI, Il triste destino di Corradino di Svevia, Parma 1982
V. GLEIJESES, Il regno svevo, Napoli 1977
G. MONACO, L’uccisore di Corradino, Napoli 1968

FOTO: statua in marmo di Corradino di Svevia, nella Chiesa del Carmine, a Napoli (dalla rete)

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