La provincia di Benevento, sebbene storicamente antica e con solide radici papaline, dimostrò di affrontare l’unità d’Italia con una certa approssimazione. Alcune aree riuscirono a reagire abbastanza bene al nuovo, complesso sistema economico-produttivo nazionale per la loro intrinseca vicinanza agli svincoli commerciali con l’entroterra casertano e napoletano, mentre altre, quelle più interne, fecero parecchia fatica a metabolizzare il cambiamento legato alla diversa aggregazione territoriale. Nei casi peggiori, la causa principale del tracollo economico del Sannio fu dovuto alla mancanza di un piano di rilancio produttivo del sistema agricolo. Colpevole una classe politica impreparata e “governata” dai potentati del latifondo, a discapito delle piccole realtà agricole a conduzione familiare.

«Nelle campagne del Sannio non si ebbe un rinnovamento di carattere capitalistico. Qui la piccola proprietà contadina, formatasi con il frazionamento dei terreni demaniali ed ecclesiastici, costretta ad indebitarsi, era esposta alle mire espansionistiche della grande proprietà. Nell’entroterra beneventano e in tutto il circondario di San Bartolomeo in Galdo dominava il latifondo. L’unica zona ad avvantaggiarsi della congiuntura favorevole fu l’area pianeggiante e fertile della Valle Caudina. In una posizione intermedia si trovava il circondario di Cerreto. II fenomeno più eclatante registratosi nella nuova provincia riguardò l’ampliamento e la sistemazione urbanistica, la «nazionalizzazione» di Benevento. All’amministrazione, presieduta da Celestino Bosco-Lucarelli, si dovette il merito di aver messo a punto un razionale, moderno, quanto ambizioso piano regolatore, che, slegato da intenti speculativi, avrebbe dovuto realizzarsi nell’arco di quindici-venti anni. La caduta della giunta, «determinata dalla coalizione degli interessi lesi» dal piano, arrestò fin sul nascere l’attuazione di quel progetto. Lo “sventramento” della parte bassa di via Magistrale fu, tuttavia, il primo serio passo verso la trasformazione urbanistica della città. In questi anni «il ridimensionamento della sacralità a vantaggio della economicità», consentiva a Benevento, sia pure sulla base di un compromesso, di risolvere con la soppressione degli ordini religiosi il problema della creazione delle infrastrutture necessarie al suo nuovo ruolo di capoluogo».

Foto: dalla rete

 

Cfr: G. Brancaccio, Una regionalizzazione difficile, in “L’annessione al nuovo Regno”, Napoli 1994

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