La causa principale del tracollo economico delle aree interne della Campania che si è trascinato per oltre un quarantennio è stata indubbiamente la mancanza di una rete bancaria in grado di finanziare interventi a sostegno, ammodernamento  e rilancio dell’agricoltura e delle imprese artigiane locali. Napoli visse dopo l’unità d’Italia una vicenda storica completamente diversa da quella che fu oggettivamente ancora pochi mesi prima della spedizione dei Mille. Tanto per cominciare nelle campagne non avvenne mai un rinnovamento di carattere capitalistico.

 

“La formazione del mercato nazionale e l’aumento dei prezzi alimentarono nell’Avellinese l’illusione di una prosperità non fittizia. In realtà, l’agricoltura irpina,

dominata dalla coltura mista, segno evidente della sua intrinseca povertà, scarsamente caratterizzata, eccetto il circondario del capoluogo, da colture specializzate, aveva ancora una volta affidato, per così dire, il suo destino al sopra-lavoro della massa di piccoli affittuari e di coltivatori proprietari.

Il grosso degli «investimenti» – se di investimenti si può parlare per le piccole imprese familiari, «fisiologicamente incapaci di accumulazione » – fu rivolto esclusivamente al miglioramento fondiario. Sul finire degli anni Settanta, all’insorgere dei primi evidenti segni di crisi, la mancanza di un moderno sistema creditizio, che avrebbe potuto agevolmente sopperire alle necessità di liquidità dei contadini per il pagamento del canone e delle tasse, si avvertì maggiormente, anche perché i Monti frumentari, trasformatisi in Casse di prestanza agraria, operarono ad esclusivo vantaggio della borghesia. Solo più tardi come è noto sarebbero nate le Banche mutue popolari; anche esse finite ben presto sotto il controllo di famiglie borghesi, di gruppi di potere locali.

La borghesia fondiaria, vera beneficiaria dell’aumento della ricchezza, insediatasi al comando delle amministrazioni, aveva accentuato i propri connotati parassitari sia imponendo contratti di affitto scannatori, sia acquistando indiscriminatamente nuove terre. la piccola proprietà contadina, formatasi con il frazionamento dei terreni demaniali ed ecclesiastici, fu spesso costretta ad indebitarsi, esposta alle mire espansionistiche della grande proprietà”.

 

Cfr: G. Brancaccio, Una regionalizzazione difficile, in “L’annessione al nuovo Regno”, Napoli 1994.

Foto: dalla rete

 

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