Perché è avvenuto il tracollo dell’economia meridionale dopo l’Unità d’Italia? Quali sono stati i motivi per cui, a partire dal 1861, il nord ha radicato una matrice industriale, una rete infrastrutturale viaria e ferroviaria notevole, migliorando le tecniche agricole, mentre il sud ha segnato una decisa regressione in tutti i campi della produzione… Come hanno reagito le province campane all’impatto con il nuovo regno? La causa principale del tracollo economico del Meridione che si è trascinato per oltre un quarantennio, sono state le tasse imposte alle manifatture del Sud dal governo piemontese. A risentirne soprattutto la florida industria tessile campana. Una produzione di qualità che fece fatica a vendere sul nuovo mercato nazionale unitario, perché mancò per molto tempo una rete viaria e ferroviaria efficiente e sicura, in grado di trasportare la merce nelle regioni del Settentrione. Il sistema era costoso e non riuscì a reggere la concorrenza delle industrie tessili nord-europee. Ancora una volta le infrastrutture fecero la differenza e contribuirono ad allargare il divario economico-produttivo tra nord e sud. A Salerno molti centri di produzione fallirono, pochi sopravvissero solo grazie alle innovazioni legate del processo di lavorazione.

«L’economia salernitana presentava, oltre all’agricoltura più avanzata della Campania, una moderna struttura manifatturiera. E opinione comune a larga parte della storiografia che l’estensione delle tariffe piemontesi abbia rappresentato per le industrie meridionali, cresciute all’ombra del protezionismo borbonico, l’inizio di una inarrestabile crisi, il punto di partenza del divario con le regioni settentrionali. Certo, nei primi anni di vita unitaria l’industria tessile salernitana attraversò una difficile fase di depressione, dalla quale, però, uscì, per taluni aspetti, rafforzata grazie agli effetti positivi della formazione del mercato nazionale e all’aumento dei consumi collegato all’espansione dell’agricoltura. Superata la fase di incertezza iniziale, “i piccoli lanifici, linifici e canapifici di proprietà dell’immaturo capitalismo napoletano”, travolti dal fallimento, scomparvero del tutto. Invece la sezione dell’industria tessile salernitana, più avanzata dal punto di vista tecnologico e produttivo, concentrata nelle mani di imprenditori svizzeri, nonostante l’arretratezza del sistema viario e ferroviario e la mancanza di energia elettrica, non solo superò la crisi, ma riuscì a portare a termine il processo di completamento verticale dell’impresa, indispensabile per poter competere con le manifatture settentrionali e straniere. Lo sfruttamento della forza lavoro, costituita per buona parte da donne e ragazzi, ed i bassi salari continuarono ad essere i fattori principali della ripresa. L’industria salernitana non poté, tuttavia, contare sulla rete ferroviaria, benché con la costruzione della tratta Vietri-Pontecagnano fosse stata completata la Napoli-Eboli; né si avvalse del porto di Salerno, servendosi per i traffici marittimi di quello di Castellammare. Tuttavia la caduta del regime borbonico e l’unità italiana rappresentarono per l’economia salernitana un deciso salto di qualità, che trovò conferma nei vari istituti di credito pubblici e privati: Cassa di Risparmio, Banca Nazionale e Banco di Napoli, sorti nel capoluogo».

 

Cfr: G. Brancaccio, Una regionalizzazione difficile, in “L’annessione al nuovo Regno”, Napoli 1994

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