Nato per gioco in una trasmissione di seconda serata, il celebre slogan di Roberto D’Agostino non parlava affatto di Ronald Reagan, ma raccontava la fine di un’epoca di piombo e la nascita di un’Italia innamorata di sé stessa. Il piedino di porco di D’Agostino: come un tormentone da varietà notturno diventò l’epica di un decennio
Primavera del 1985. Su Rai Due, in seconda serata, milioni di italiani restano incollati allo schermo per “Quelli della notte”, il varietà scapigliato inventato da Renzo Arbore. Tra gag surreali, comici esordienti e un cast che diventerà leggenda, Nino Frassica, Marisa Laurito, Andy Luotto, c’è un uomo con gli occhiali e l’aria da intellettuale prestato alla tv-spazzatura che ha il compito, ufficialmente, di commentare il “look” della settimana. Si chiama Roberto D’Agostino. E da quella postazione defilata, quasi per gioco, sta per coniare
una delle formule più fortunate e durature della storia culturale italiana: “Edonismo reaganiano”. Nessuno, in quel momento, avrebbe scommesso un centesimo sulla sopravvivenza dell’espressione oltre la puntata. Era un sandwich di parole auliche, un presidente americano e un termine da manuale di filosofia, cucito addosso a un pubblico di mezzanotte in cerca di risate. Eppure quel nonsense apparente, quel “piedino di porco” costruito per scardinare per gioco la “Weltanschauung” degli anni Ottanta, come lo definirà lo stesso D’Agostino, si rivelerà una delle intuizioni comunicative più acute del Novecento italiano, ovvero la capacità, rarissima, di condensare in due parole l’anima intera di un decennio.
Il genio di D’Agostino non stava tanto nella formula in sé, quanto nel metodo con cui la costruiva sera dopo sera in trasmissione. Citava autori semisconosciuti al grande pubblico, Milan Kundera, Gianni Vattimo, Karl Rosenkranz, scegliendoli non a caso, ma in base ai titoli dei loro libri, che diventavano epigrafi involontarie del nuovo corso: “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, “Il pensiero debole”, “L’impero dell’effimero”. Era un bricolage semiotico en travesti da chiacchiera notturna, un modo di fare critica della società mascherato da intrattenimento leggero. D’Agostino trasformò Kundera in un caso editoriale di massa semplicemente nominandolo in tv accanto al termine “edonismo; un’operazione che oggi chiameremmo virale, ma che allora non aveva ancora un nome. E qui sta il primo tratto epico della vicenda, come nei miti fondativi, l’origine è insieme casuale e necessaria. Il termine nasce per caso, un gioco di parole da varietà, ma intercetta un bisogno collettivo così preciso che diventa, quasi da subito, categoria interpretativa condivisa. Non a caso fu proprio un filosofo, Gianni Vattimo, a raccogliere la sfida e a intitolare un suo editoriale su “La Stampa” esattamente “Edonismo Reaganiano”, legittimando sul piano intellettuale ciò che era nato come gag. Da lì l’espressione dilaga, se ne appropriano Giuseppe Vacca, Salvatore Veca, l’intera intellighenzia che fino a poco prima diffidava della leggerezza come categoria del pensiero.
Se un’epopea racconta di solito la fondazione eroica di un popolo attraverso guerre e imprese, quella dell’edonismo reaganiano è un’epopea rovesciata, perché non celebra un conflitto, ma la sua fine. L’Italia usciva da un decennio, gli anni Settanta, segnato dal terrorismo, dalla contrapposizione ideologica, dall’omicidio di Aldo Moro, da quella che D’Agostino stesso ha definito la stagione della “politicizzazione” e del “protagonismo collettivo”. L’edonismo reaganiano è il mito di fondazione di ciò che viene dopo la tragedia, il passaggio, quasi antropologico, da un’identità costruita sul Noi collettivo a una fondata sull’Io privato; in qualche modo dalla ricerca della felicità sociale, per usare l’espressione del sociologo Albert Hirschman citata dallo stesso D’Agostino, alla ricerca della felicità individuale. In questo senso il termine funziona come una vera cesura antropologica, non solo un’etichetta di costume. Racconta il paninaro di San Babila e la Milano da bere, l’esplosione delle televisioni commerciali e della “neotv” di cui parlava Umberto Eco, l’aerobica di Jane Fonda che sostituisce l’impegno politico come nuova liturgia del corpo, il cibo che diventa status symbol invece che sostentamento. Ogni epopea ha bisogno di simboli concreti attraverso cui farsi raccontare, e D’Agostino, da vero cantore, li seppe scegliere e mettere in fila con l’istinto del narratore popolare, non del sociologo da cattedra.
C’è però un equivoco da sciogliere, ed è lo stesso D’Agostino a metterlo nero su bianco anni dopo, ovvero che l’edonismo reaganiano non è il reaganismo, tanto meno la filosofia di vita di Ronald Reagan. Il presidente americano c’entra relativamente poco, la sua presenza nella formula è quasi decorativa, il nome giusto al momento giusto per dare un volto riconoscibile a un fenomeno molto più europeo, e molto più italiano, che americano. È un classico meccanismo mitopoietico, che si prende in prestito un nome grande e lontano per rendere manegevole un cambiamento che altrimenti resterebbe astratto e sfuggente. Reagan diventa, suo malgrado, l’eroe eponimo di una trasformazione che lo riguarda solo di striscio. Ed è forse proprio questa ambiguità felice, un’etichetta che dice tutto e insieme travisa il suo stesso riferimento, a spiegare la sua longevità. Quarant’anni dopo, l’espressione resiste intatta nei libri di storia del costume, nei saggi di semantica, persino negli studi su “Stranger Things”, dove l’estetica anni Ottanta viene ancora letta attraverso quella stessa lente. Roberto D’Agostino, che di lì a poco fonderà “Dagospia” diventando uno dei più influenti aggregatori di gossip e potere della Repubblica, aveva già dimostrato, molto prima di internet, molto prima dei meme, che una parola giusta, lanciata al momento giusto da un divano di seconda serata, può fare più storiografia di un trattato accademico. L’edonismo reaganiano resta così un caso più unico che raro, in fondo rappresenta la prova che la comunicazione pop, quando è dotata di vero fiuto antropologico, può arrivare a leggere un’epoca con una precisione che agli studiosi di professione richiederebbe anni di lavoro sul campo.






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