Irrilevanza globale, burocrazia paralizzante e divisioni interne – Il Vecchio Continente deve scegliere tra un risveglio epocale o il tracollo definitivo. La premier lancia la sfida, Draghi aveva già avvertito, ora tocca all’Europa decidere se sopravvivere o scomparire.
Giorgia Meloni ha scelto il palcoscenico del Meeting di Rimini per scuotere le coscienze europee con parole dure e assolute. Ha rimarcato come l’Unione stia lentamente scivolando in un vicolo cieco fatto di burocrazia interminabile, regolamenti parcellizzati e assenza di una visione unitaria. Per lei è un allarme che risuona sin dagli avvertimenti di Mario Draghi ma che oggi assume un’urgenza mai vista prima. Le grandi potenze mondiali corrono accelerate verso traguardi di innovazione e competitività mentre Bruxelles rimane inchiodata a tavoli di lavoro che sembrano eterni.
Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, ha sposato in pieno questa denuncia. Ha ricordato agli interlocutori che non si tratta di teoria ma di un rischio concreto per i nostri sistemi produttivi. Senza un’agenda industriale comune, senza strumenti fiscali coordinati e senza investimenti massicci in ricerca e impresa, le aziende europee finiranno travolte da un’ondata di concorrenza feroce che non farà sconti. Ha messo in guardia sul fatto che un continente che non sa più accelerare sulle tecnologie strategiche perde pezzi di potere geopolitico e alla lunga sgretola le proprie fondamenta economiche.
E poi c’è la dimensione culturale evocata da Meloni un’urgenza profonda che va oltre il mero aggiustamento di conti e numeri di bilancio. Ritrovare un’anima comune significa riconoscere radici storiche condivise e valori che possano dare spinta a un progetto politico capace di ispirare intere generazioni. Tornare a una politica di visione anziché di regolamentazione fine a se stessa è ciò che può riallacciare il filo spezzato tra istituzioni e cittadini. Solo così l’Europa potrà recuperare fiducia e legittimità e non limitarsi a essere un ammasso di normative che nessuno ascolta davvero.
Le imprese italiane si trovano in prima linea di questa partita. Da un lato hanno bisogno di protezione dei mercati, dall’altro devono sapersi gettare nella mischia globale con prodotti competitivi e tecnologie all’avanguardia. Longobardi ha tracciato un auspicio chiaro un’Europa che non si frammenti in fazioni interne ma che sappia fare squadra proteggendo l’autonomia strategica e costruendo una difesa collettiva degli interessi economici. Il fallimento di questa prova significherebbe la marginalizzazione del nostro continente consegnato inerme alla furia dei grandi blocchi mondiali.
Le parole di Meloni e l’appello di Unimpresa disegnano un quadro cupo ma reale segnano il punto di non ritorno. Se Bruxelles non avvierà una stagione di riforme profonde dall’agenda industriale condivisa agli strumenti fiscali europei e dalle scelte tecnologiche coordinate alla riscoperta delle nostre radici culturali, l’Europa non cadrà soltanto nell’oblio politico ma diventerà un vaso vuoto incapace di pensare e agire. È un messaggio forte che sfida l’intero sistema, un richiamo imperioso a non indulgere in sterili discussioni ma a trasformare ogni tavolo di lavoro in un cantiere di soluzioni concrete. Solo così il vecchio continente potrà rimontare la china e ritornare a essere protagonista sul palcoscenico internazionale.






Commenti recenti