Formazione lontana dagli standard europei e gap di competenze frenano innovazione e crescita. Contratti precari e stipendi risicati posticipano sogni di autonomia e di famiglia. Ma un sottofondo di vivacità culturale e impegno civico under 35 aspetta di trasformarsi in vero potere decisionale. Serve, inoltre, un esteso network di mentorship che metta in contatto manager con esperienza e giovani talenti, creando percorsi di crescita davvero inclusivi.

Ogni anno, in occasione della Giornata Internazionale della Gioventù indetta dall’Onu, si riaccende il dibattito sul ruolo dei giovani in Italia, un paese dove chi ha meno di trent’anni pesa per solo il 20,6 % della popolazione ma è chiamato a sostene­re sulle spalle il rilancio di un’economia che arranca, l’innovazione di settori in deficit di investimenti e la sfida cruciale della sostenibilità. Il tema di quest’anno, “Azioni locali per gli SDGs e oltre”, richiede di trasformare gli obiettivi globali, dal lavoro dignitoso alla parità di genere, dalla lotta al cambiamento climatico alla governance inclusiva, in politiche e progetti concreti, radicati nelle comunità e nelle fabbriche, nelle scuole e nelle piazze delle nostre città.

Eppure i numeri ISTAT dipingono un quadro lontano da queste ambizioni, perché soltanto il 31,6 % dei venticinque-trentacinquenni detiene un titolo terziario a fine 2024, una percentuale ben al di sotto del target europeo del 45 % fissato per il 2030. Nei test Ocse-Pisa e nelle statistiche sull’abbandono scolastico precoce, alcune regioni del Sud superano punte dell’11 %. Accanto a chi sceglie l’università o i percorsi ITS, resta una quota consistente di giovani che non va oltre la licenza media, alimentando una spaccatura sociale che ostacola la mobilità intergenerazionale e frena il collegamento tra ricerca e impresa. Le lauree rimangono spesso titoli appesi al muro, scarse le borse di dottorato, poche opportunità di tirocini qualificati, una percezione di università lontana dal mondo produttivo.

Sul fronte del lavoro, la fotografia non migliora, si registra tra i 20 e i 34 anni il tasso di occupazione al 59,7 %, distanziandosi di oltre diciotto punti dalla media Ue. Tra contratti a termine, part-time involontari e retribuzioni che difficilmente superano i mille euro netti mensili, molti under 35 riconoscono di non poter programmare un futuro stabile. È il caso di Giulia, neolaureata in Ingegneria dell’Ambiente nella capitale, costretta a rincorrere rinnovi trimestrali con stipendi insufficienti a sostenere spese d’affitto e progetti di vita. Questa precarietà si riflette in ritardi diffusi nella formazione di nuove famiglie, nell’acquisto di case e nel sostegno ai consumi di lungo periodo, alimentando un circolo vizioso che rallenta la ripresa economica complessiva.

Se, dopo anni di sacrifici e investimenti pubblici nella formazione superiore, il sistema non riesce a trattenere talenti, la fuga di cervelli assume proporzioni allarmanti, tra il 2014 e il 2023 sono stati 367mila gli italiani tra i 25 e i 34 anni emigrati all’estero, e quasi quattro su dieci tra loro avevano una laurea. Germania, Regno Unito e Svizzera offrono stipendi più alti, meritocrazia percepita e percorsi di crescita che in Italia faticano a decollare. Il risultato è duplice, da una parte lo Stato perde le risorse destinate alla formazione universitaria e dall’altra l’innovazione interna resta a corto di competenze strategiche, aggravando le disuguaglianze territoriali e l’impoverimento demografico di interi territori.

Nonostante le difficoltà, il potenziale dei giovani italiani non è affatto sopito. Secondo ISTAT, il 53,8 % dei quindicenni-diciannovenni partecipa regolarmente a iniziative culturali, dal cinema alle mostre, dai concerti ai festival, e il 58 % dei venti-ventiquattrenni segue attivamente il dibattito politico, discute online e partecipa a consultazioni e forum sociali. Tuttavia, questa vivacità si arena nel momento decisivo, in quanto raramente le voci under 35 arrivano a influenzare programmi e decisioni nei consigli comunali o regionali.

Qualche eccezione virtuosa esiste, per esempio a Bologna il “Bilancio Partecipativo Giovani” assegna budget specifici e responsabilità concrete a gruppi di under 30, mentre in Trentino Alto Adige alcune start-up sociali nascono da tavoli di co-progettazione fra amministratori locali e associazioni studentesche. Sono esperienze che dimostrano come, con strutture adeguate, la partecipazione non sia un esercizio di facciata ma un motore di innovazione e coesione.

Serve però una strategia di sistema per far decollare su scala nazionale queste buone pratiche. Occorre potenziare il dual system scuola-lavoro per valorizzare il sistema scolastico anche nelle aree più fragili, allineare i piani formativi alle esigenze dell’industria 4.0 e delle professioni green, e semplificare l’accesso a micro-crediti e fondi europei per le start-up giovanili.

La sfida è trasformare la retorica in risultati tangibili, perché dobbiamo capire che non bastano proclami su “giovani al centro” se poi mancano risorse, autonomia e spazi decisionali. Riconoscere il valore di una generazione significa investire non solo cifre, ma fiducia e poteri reali. Così da far emergere l’energia, le idee e la voglia di futuro che animano gli under 35, rendendo l’Italia più equa, prospera e sostenibile.

 

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