Le scuse della Danimarca non cancellano decenni di violenze: quando i Paesi che si definiscono civili praticano le forme più estreme di crudeltà.
Hanno aspettato più di mezzo secolo, e alla fine sono arrivate le scuse. Ma che valore hanno parole pronunciate con ritardo quando i corpi e le vite delle donne Inuit portano ancora i segni indelebili di una violenza pianificata? La vicenda delle spirali intrauterine impiantate con la forza a migliaia di adolescenti e giovani donne della Groenlandia non è solo un capitolo oscuro della storia nordica, è piuttosto la dimostrazione di come anche i Paesi che si ergono a modello di civiltà siano capaci, sotto la maschera democratica, di praticare le forme più estreme e sottili di crudeltà.
Tra gli anni Sessanta e il 1991, oltre 4.500 donne inuit, la metà di quelle fertili, subirono una contraccezione forzata, spesso senza nemmeno sapere che i loro corpi erano stati violati. Non erano decisioni individuali né errori medici, era una politica deliberata, un programma di controllo delle nascite messo in atto da uno Stato che si diceva garante di diritti, ma che in realtà agiva con la logica del colonizzatore, riducendo i corpi delle donne a strumenti di pianificazione sociale.
Uullat Bach, oggi insegnante in pensione, lo ha raccontato, lei allora aveva appena 13 anni quando le impiantarono una spirale. Lo scoprì solo in ospedale, ricoverata per dolori lancinanti. Anni dopo, le cicatrici lasciate dal dispositivo la condannarono a una vita senza figli. La sua non è un’eccezione, per decenni ginecologi groenlandesi hanno trovato spirali dimenticate in donne che non sapevano neppure di averle, alcune già ultraottantenni. Non casi isolati, ma un sistema scientificamente studiato.
Lo scandalo è emerso nel 2022 grazie a un’inchiesta della tv pubblica danese. Ma solo nel 2024, quando 150 donne inuit hanno avviato una causa contro lo Stato, la notizia ha varcato i confini nazionali. E pochi giorni fa, finalmente, la premier danese Mette Frederiksen ha chiesto scusa, parlando di “capitolo oscuro” della storia. Parole simili a quelle pronunciate dal premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen. Scuse tardive, che non cancellano il sospetto di una verità più ampia e ancora non detta.
Perché lo “Spiral Case” non è un incidente isolato. È il tassello di una lunga catena di abusi. Nel 1951 lo Stato danese sottrasse 22 bambini inuit alle famiglie per un “esperimento sociale”. A gennaio di quest’anno, il governo ha ammesso che decine di neonati furono sottratti alle madri perché giudicate “inadatte” in base a criteri mai applicati ai cittadini danesi. E poche settimane fa, una donna di origine inuit ha visto il figlio portatole via un’ora dopo il parto.
C’è qualcosa di profondamente ipocrita nel modo in cui le nazioni del Nord Europa si raccontano. Paesi che si presentano come baluardi di democrazia e diritti umani, ma che, quando si tratta di gestire la propria “periferia coloniale”, hanno agito con la stessa brutalità dei regimi più repressivi. La spirale impiantata senza consenso è la metafora perfetta, in fondo quando un dispositivo invisibile, nascosto, ma capace di segnare per sempre la vita di chi lo subisce, assume il significato di un’etica calpestata e brutalizzata.
Oggi la Danimarca parla di “responsabilità morale”, ma la responsabilità reale è quella di avere trattato un intero popolo come materiale da laboratorio. La Groenlandia è formalmente autonoma dal 1979, ma resta sotto il controllo danese per esteri e sicurezza. E finché non si riconoscerà fino in fondo che queste politiche erano strumenti di dominio coloniale, le scuse resteranno parole vuote.
Il caso delle donne Inuit ci ricorda che la civiltà non si misura dalle leggi scritte, ma da ciò che gli Stati fanno ai più fragili. E che troppo spesso le nazioni che si proclamano modello di progresso sono quelle che hanno costruito la loro immagine sulla pelle degli altri, con gesti estremi di crudeltà travestiti da “modernità”.
La Groenlandia porta ancora quelle ferite, e il silenzio che per decenni le ha coperte pesa più delle parole di circostanza.







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