Della cosiddetta “strage di via Medina” si parla poco: i libri di storia non la raccontano. Si preferisce raccontare il riscatto tutto napoletano delle “quattro giornate”, ma non quello che sarebbe accaduto un paio d’anni più tardi. Un fatto di sangue legato al referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946 che provocò la morte di 9 militanti monarchici ed un centinaio di feriti.

Un referendum nefasto, macchiato a Napoli dal sospetto di brogli elettorali, ma che sancì comunque la vittoria della scelta repubblicana contro quella monarchica con più di due milioni di voti di distacco. Ebbene, da un  lato il legame popolare forte con i reali borbonici, dall’altro la notizia, del tutto inattesa, della vittoria repubblicana, provocarono scontri di piazza tra le parti politiche, in uno stato di generale confusione e di totale assenza di interventi preventivi da parte delle forze dell’Ordine. «…La sera del 7 giugno del ‘46 una bomba lanciata da una mano anonima a Capodimonte, vicino alla chiesa di Sant’Antonio: colpì un gruppo di giovani monarchici reduci da una manifestazione, ferendo Ciro Martino, morto in seguito all’Ospedale degli Incurabili. Il giorno successivo si diffuse la voce, rivelatasi poi completamente infondata, di un arrivo a Napoli di Umberto II, deciso a battersi per la monarchia. La notizia agitò la città e si formò un grande corteo monarchico che si scontrò con un blocco di ausiliari di pubblica sicurezza inviati dall’allora ministro dell’interno Giuseppe Romita per controllare la situazione. Nello scontro morì, ferito alla testa, il quattordicenne Carlo Russo; la situazione non degenerò ulteriormente solo grazie all’intervento dei Carabinieri, al tempo ritenuti un’arma fedele al Re e per questo motivo accusati dal giornale socialista “L’Avanti” di comunanza con i dimostranti. L’8 giugno durante incidenti con le forze di pubblica sicurezza rimase ucciso il sedicenne Gaetano d’Alessandro. L’11 giugno, mentre si attendeva la proclamazione ufficiale dei risultati del referendum, si ebbero in via Medina gli scontri più gravi: nella via all’epoca esisteva la sede napoletana del Partito Comunista Italiano. Quel giorno si diffuse la notizia che la sede del partito esponeva oltre alla bandiera rossa con falce e martello anche una bandiera tricolore priva dello stemma sabaudo. Un corteo monarchico cercò di assaltare la sede del PCI in via Medina per cercare di togliere il tricolore esposto, ma venne bloccato da un cordone della polizia che cercava di mantenere l’ordine pubblico: la fine della giornata conteggiò nove manifestanti monarchici uccisi e una cinquantina di feriti; tra i morti la studentessa Ida Cavalieri che, avvolta con un tricolore con la corona sabauda, fu investita da un’autoblindo delle forze dell’ordine. La notte del 12 giugno il governo si riunì su convocazione di Alcide De Gasperi. Costui aveva ricevuto in giornata una comunicazione scritta dal Quirinale nella quale il re si dichiarava intenzionato a rispettare il responso degli elettori votanti, secondo quanto stabilito dal decreto di indizione del referendum, aggiungendo che avrebbe atteso il giudizio definitivo della Corte di Cassazione secondo quanto stabilito dalla legge. La lettera, che sollevava la questione del raggiungimento del quorum dei votanti, suscitò le preoccupazioni dei ministri, intenzionati alla proclamazione immediata della repubblica (secondo la celebre frase del leader socialista Pietro Nenni: «o la repubblica o il caos!»), mentre, nello stesso tempo, era necessario far fronte alle crescenti proteste dei monarchici, come quelle represse sanguinosamente il giorno prima a Napoli. Lo stesso 12 giugno una nuova manifestazione monarchica venne dispersa violentemente. Il giorno successivo l’ex re Umberto II lasciò l’Italia, andando in esilio in Portogallo».
In realtà, come ha riconosciuto più tardi anche lo storico Indro Montanelli, gli scontri avvennero perché Umberto temporeggiava e gli irriducibili aspettavano un sollevamento di una parte dell’esercito e dei Carabinieri. Si sfiorò la guerra civile e alcuni treni carichi di ex partigiani comunisti erano pronti a partire per Napoli. Anche il presidente della Corte di Cassazione temporeggiava. Poi intervenne con forza De Gasperi che addirittura minacciò il carcere per il ministro Acquarone. In quelle trattative ci fu di tutto e, temendo il peggio, Umberto preferì partire da Ciampino in fretta e furia.

Cfr: Wikipedia, “Strage di via Medina”, da “Nascita della Repubblica italiana”.
Foto: da Fb, Napoli Retrò, Napoli 2018

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