Con il declino dei poteri dell’Impero, si assiste in Italia settentrionale all’ascesa dei Comuni, entità locali fiere della propria autonomia, ma per questo anche divise e frammentate, diffidenti l’una dell’altra. Un destino che regionalizzerà tutto il nord e la Toscana, fino all’unità d’Italia. Non accade la stessa cosa al Sud.

 “In Italia meridionale e in Sicilia, all’inizio dell’XI secolo si scontrarono gli interessi di Bizantini, Longobardi, Arabi, papato, impero, oltre a quelli dei ducati autonomi di Napoli, Gaeta e Amalfi e persino degli abati di Montecassino. Fu l’arrivo dei Normanni a porre un limite invalicabile allo sviluppo delle autonomie comunali. Giunti come mercenari, alcuni uomini al comando di Rainulfo di Drengot si misero al servizio del duca di Napoli, che li ricompensò offrendo loro la contea d’Aversa. La fortuna delle prime imprese richiamò altri Normanni, soprattutto cadetti di famiglie feudali, tra cui i fratelli Altavilla (da Hauteville, in Normandia), che riuscirono via via a conquistare nuove terre ai danni dei Bizantini di Puglia e a costituire il ducato di Melfi, in Lucania. Ma il vero creatore della monarchia normanna nell’Italia meridionale fu Roberto il Guiscardo (appellativo che significa “astuto”), validamente coadiuvato dal fratello minore Ruggero. Egli, infatti, attraverso abili operazioni diplomatiche e fortunate azioni militari, riuscì a creare una situazione particolarmente favorevole a un’ulteriore espansione dei propri domini.

Gli Altavilla in Sicilia e l’organizzazione del regno normanno Nel 1061, proprio mentre Roberto si apprestava ad occupare Bari e Salerno, suo fratello Ruggero I sbarcava in Sicilia, approfittando delle discordie fra gli Arabi che la occupavano. Il conflitto doveva concludersi però solo trent’anni dopo con la totale conquista normanna dell’isola (1091). La parte continentale e la parte insulare vennero infine riunite sotto lo scettro di Ruggero II, il figlio di Ruggero I, che nel Natale del 1130 si fece incoronare a Palermo re di Sicilia, di Calabria e di Puglia, dando così inizio a un regno feudale tra i più solidi e potenti. Mentre nell’Italia settentrionale e centrale si venivano determinando le premesse politiche ed economiche per il superamento del sistema feudale e per la nascita del Comune, nell’Italia meridionale riunificata si costituiva un regno feudale centralizzato. Pur avendo assegnato terre ai più fedeli collaboratori sia laici sia ecclesiastici, Ruggero II e i suoi successori seppero dare vita a uno Stato forte, controllato capillarmente da funzionari regi. La tolleranza mostrata in materia religiosa e il rispetto nei confronti delle diverse nazionalità presenti nel territorio garantirono ai nuovi dominatori la collaborazione della parte più attiva della popolazione. Ne derivarono una grande prosperità economica, un forte sviluppo dei commerci, dell’agricoltura, dell’industria e una grande fioritura delle arti. Il Duomo di Palermo, la cattedrale di Monreale e il Duomo di Cefalù testimoniano ancora oggi lo splendore dell’architettura arabo-normanna in Sicilia.

Dai Normanni agli Svevi  Le fortune degli Altavilla durarono però poco più di un secolo. Nel 1189 con la morte di Guglielmo II il Buono (1166-1189), nipote di Ruggero II (1101-1154), non rimanevano eredi maschi in linea di successione cui affidare il trono. L’ultima discendente di Ruggero II, la figlia Costanza d ‘Altavilla, era stata data in moglie al figlio di Federico Barbarossa. Il trono del regno normanno passò dunque agli Svevi con Enrico VI, che all’età di ventiquattro anni si trovò di colpo imperatore di Germania e d’Italia e re di Sicilia e di Puglia. Ma per essere incoronato re di Sicilia e di Puglia dovette ricorrere alle armi: i feudatari normanni, infatti, si ribellarono alla sua nomina e scatenarono contro di lui una lunga e sanguinosa guerra, che si concluse solo nel 1194. Il regno del giovane Enrico VI fu contraddistinto da un’ambiziosa politica, che mirava al predominio su tutta la penisola e che come era prevedibile suscitò la violenta reazione dei Comuni e del papato. Ad infrangere i suoi piani sopraggiunse però la morte, dopo soli tre anni di regno (1197). Poco più tardi morì anche l’imperatrice Costanza, la quale lasciò al papa Innocenzo III la reggenza del regno e la tutela del figlio di tre anni, il futuro Federico II”.

 

Cfr: BRANCATI-PAGLIARANI, Il declino dei poteri universali in Comunicare Storia, Milano 2018

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