Ad Avellino la politica provinciale riscopre il fascino del “modello trasversale”, ovvero, centrosinistra, moderati e pezzi di centrodestra uniti nel nome della governabilità. E mentre le deleghe diventano moneta politica, i partiti sembrano sempre più comparse di una partita giocata tutta nei corridoi del potere locale

In Irpinia esiste una legge non scritta che vale più di qualsiasi statuto di partito, alla Provincia non si vince con le bandiere, ma con le telefonate, e possibilmente con una cena ben riuscita la sera prima del voto. La corsa per Palazzo Caracciolo sta infatti assumendo i contorni di quella grande tradizione politica tutta avellinese fatta di equilibri invisibili, accordi trasversali, pacche sulle spalle e improvvise conversioni amministrative. In questo clima da manuale Cencelli in salsa irpina, il nome che ormai circola con l’insistenza delle cose considerate inevitabili è quello di Fausto Picone. Il sindaco di Candida, che fino a qualche mese fa sembrava uno dei tanti amministratori di provincia destinati a muoversi nelle retrovie, oggi appare invece come il punto di convergenza di un’inedita alleanza che mette insieme pezzi di centrosinistra, amministratori civici, moderati e persino quote significative di centrodestra. Una sorta di “campo larghissimo”, talmente largo da rischiare quasi di non avere più un perimetro politico riconoscibile.

Del resto, in Irpinia le ideologie durano meno di una diretta Facebook e ciò che conta davvero è il posizionamento nel prossimo organigramma. Alla base dell’operazione ci sarebbe soprattutto l’intesa tra Maurizio Petracca ed Enzo Alaia, due consiglieri regionali che negli ultimi anni hanno dimostrato di conoscere perfettamente il funzionamento del motore amministrativo irpino. Un asse che, più che politico, appare ormai ingegneristico, pezzo dopo pezzo starebbe ricomponendo il puzzle provinciale attorno alla figura di Picone. E così, mentre a Roma i partiti discutono di leadership nazionali, riforme costituzionali e scenari geopolitici, ad Avellino il vero tema resta sempre lo stesso, ovvero chi prende cosa. Perché, in concretezza, attorno alla candidatura di Picone non si starebbe discutendo soltanto della Presidenza della Provincia, ma di un intero riassetto del potere territoriale. Vicepresidenza, deleghe, partecipate, enti collegati, consorzi, in altri termini, il risiko irpino è ufficialmente aperto. La vicepresidenza, ad esempio, sarebbe già oggetto di riflessioni profonde, calcoli millimetrici e inevitabili sensibilità politiche. I nomi più gettonati sarebbero quelli di Marcantonio Spera e Marino Sarno, due figure diversissime ma entrambe utili alla costruzione di quella che qualcuno definisce già “maggioranza di responsabilità”, espressione elegante che in politica locale significa generalmente “stiamo tutti insieme finché conviene”.

Nel frattempo, però, il centrodestra ufficiale osserva la scena con lo stesso entusiasmo di chi scopre di essere stato invitato a una festa quando il buffet è già finito. Angelo Antonio D’Agostino continuerebbe infatti a sostenere il presidente uscente Rizieri Buonopane, ma la sensazione diffusa è che il fronte del sindaco di Montella stia progressivamente perdendo pezzi. In Irpinia, si sa, il sostegno politico è spesso liquido, la mattina si è fedelissimi, il pomeriggio “si valuta”, la sera si entra in maggioranza, quale che sia, purché porti un concreto vantaggio. Ed è qui che emerge il vero capolavoro politico della possibile operazione Picone, che consiste nell’aver trasformato una candidatura amministrativa in una piattaforma di redistribuzione territoriale. La parola chiave, infatti, non sarebbe “programma”, ma “coinvolgimento”. Che tradotto dal politichese irpino significa: nessuno resterà senza la sua casella.

Secondo indiscrezioni sempre più insistenti, il sindaco di Candida avrebbe già chiarito un principio fondamentale, ossia che le deleghe e gli incarichi saranno ad appannaggio solo di chi sosterrà concretamente il progetto. Una rivoluzione quasi culturale per Palazzo Caracciolo, dove negli ultimi anni le deleghe erano distribuite con generosità francescana ma il potere restava accuratamente centralizzato. Picone, invece, punterebbe a una distinzione più netta tra maggioranza e opposizione. Un concetto quasi rivoluzionario in una Provincia dove spesso gli stessi consiglieri riuscivano contemporaneamente a governare, dissentire, sostenere e prendere le distanze nella medesima seduta.

Intanto il sottobosco politico-amministrativo già si muove. Per Sistema Irpinia circola il nome di un professionista vicino all’area Alaia, mentre su IrpiniAmbiente si starebbe riaprendo la partita Gambacorta-Spagnuolo, con quest’ultimo che potrebbe decidere di sfilarsi dalla corsa principale per trovare collocazione in una posizione più strategica. Anche il Consorzio Asi entra nella geografia del nuovo potere provinciale, il nome di Nicola Giordano starebbe avanzando rapidamente, in una sorta di compensazione politica dopo le difficoltà registrate sul fronte comunale ad Avellino. Insomma, più che una campagna elettorale, quella irpina sembra una gigantesca operazione di riassetto condominiale del potere locale.

E mentre i cittadini comuni continuano a interrogarsi su strade provinciali, scuole, trasporti e servizi, nei corridoi della politica si discute soprattutto di equilibri, assetti e future collocazioni. La Provincia, del resto, è ormai diventata il luogo perfetto della politica post-ideologica, ricordiamolo, votano solo sindaci e consiglieri comunali, i partiti contano relativamente e ciò che davvero pesa sono le relazioni personali, le fedeltà territoriali e la capacità di costruire reti. E Fausto Picone, in questo scenario, appare oggi come il candidato ideale: moderato, dialogante, profondo conoscitore delle dinamiche amministrative e soprattutto percepito come figura capace di tenere insieme mondi diversi senza alzare troppo i toni. Che poi, a ben vedere, è la vera specialità della politica irpina contemporanea, quella di non vincere contro qualcuno, ma governare con tutti. O quasi.

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