La peste del 1656 fece in tutto il Regno di Napoli centinaia di migliaia di vittime. La città non possedeva ancora un adeguato sistema fognario e non poteva contare su riserve sufficienti d’acqua (soprattutto i suoi casali che non erano serviti adeguatamente dagli acquedotti). Le precarie condizioni igieniche unite a fattori quali l’elevato numero di animali e il cattivo stato delle strade contribuirono a facilitare la diffusione del contagio portato dalle navi sarde. Molto spesso l’acuirsi del contagio dipendeva dalla scarsa igiene e dall’ignoranza. Altre volte era legato all’incoscienza di chi neppure immaginava il peso che una notizia diffusa incautamente potesse generare nell’immaginario collettivo. E’ il caso dell’assembramento di persone che si registrò alla collina di San Martino proprio mentre infuriava la peste. Una folla che provocò inevitabilmente la propagazione indiscriminata del batterio. Tutto per rispondere all’appello di un fanatico religioso.

“Nel giungo del 1656, mentre a Napoli c’era la peste, riemerse il ricordo della profezia di suor Orsola Benincasa. Alla fine della sua vita ella aveva espresso il desidero che venisse costruito, accanto alla sua Congregazione alle pendici della collina di San Martino, un convento di stretta clausura da destinare alle romite, un Eremo, predicendo che sarebbe stato edificato durante una terribile disgrazia che avrebbe colpito Napoli. La costruzione iniziò nel 1632, promossa dal viceré conte di Monterey dopo l’eruzione del Vesuvio del 1631, ma subì rallentamenti. Durante la peste del 1656, poi, stando al racconto di Carlo Celano, un religioso fece circolare a stampa la profezia della santa e tantissimi napoletani, compreso il viceré conte di Castrillo, si recarono in massa all’antico conservatorio per portare offerte e partecipare ai lavori. Si creò allora un assembramento tale da far aumentare la diffusione del contagio e il numero di vittime. Solo a dicembre fu ufficialmente dichiarata la fine della peste. L’Eremo, invece, fu inaugurato parecchi anni dopo, il 1° febbraio del 1669, con il viceré Pietro Antonio di Aragona“. Molti narratori dell’epoca si mostrarono seriamente preoccupati per ciò che stava accadendo, la capitale era letteralmente in ginocchio. Alla fine dell’epidemia la città appariva quasi spopolata; molte generazioni di intellettuali, politici, artisti, furono del tutto cancellate. Subito dopo la città partenopea, la peste raggiunse Roma, dove arrivò proprio a causa di un marinaio napoletano che prese alloggio in un albergo di Montefiore, a Trastevere; caso in un primo momento erroneamente sottovalutato. Su una cittadina di poco meno di 100.000 persone, i morti furono 14 473: 11 373 alla sinistra del Tevere e 1 600 a Trastevere.

Cfr: E. INGENITO, in Fb, Progetto Cerimoniali & #ISPANApoli, Napoli 2020

Foto: Micco Spadaro, Piazza Mercatello durante la peste del 1656, 1656, Napoli, Museo nazionale di San Martino

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