Dai fascismi ai comunismi, dalle teocrazie alle dittature militari, ogni regime che pretende di possedere la società comincia col disciplinare le donne. Le democrazie, con tutti i loro limiti, restano l’unico spazio politico in cui la libertà femminile non è una funzione dello Stato, ma un diritto inalienabile.
In ogni regime autoritario, la donna non è mai un individuo, piuttosto assume il valore di un ruolo: è madre della nazione, corpo della razza, risorsa produttiva, confine morale, simbolo da esibire o da nascondere. Cambiano le bandiere, cambiano le parole d’ordine, cambiano i nemici da combattere, ma la logica resta identica, ovvero chi vuole controllare la società deve prima controllare le donne. È una costante storica che attraversa, per esempio, il Novecento e arriva fino a oggi, un filo rosso che unisce sistemi politici apparentemente opposti, dimostrando che non è la destra o la sinistra a determinare la condizione femminile, ma il grado di libertà, o di paura, che un potere è disposto a tollerare.
Nel fascismo italiano, come ricostruisce Victoria de Grazia, la donna è ridotta a “madre della patria”, celebrata e insieme confinata. Il regime la vuole prolifica, disciplinata, devota, insomma, un utero al servizio della nazione, non una cittadina. Nel nazismo, la logica si radicalizza, in questo caso la donna ariana è un corpo da proteggere e da sorvegliare, mentre quelle considerate “indegne” vengono sterilizzate o eliminate. La maternità diventa un dovere razziale, la femminilità un campo di battaglia biologico, l’uomo, invece, è guerriero, dirigente, soggetto pieno del Reich. Due cittadinanze, due destini, due funzioni.
Anche dove la retorica sembra opposta, la sostanza non cambia. Nell’URSS rivoluzionaria, come mostra Wendy Goldman, gli anni Venti aprono spiragli di emancipazione, si pensi al divorzio, all’aborto, alla stessa parità giuridica. Ma è un’illusione breve. Con Stalin, la donna torna a essere madre patriottica e lavoratrice instancabile, schiacciata dal doppio carico: fabbrica e casa, produzione e riproduzione, la parità proclamata si dissolve nella gerarchia praticata. In Cina, la formula “le donne sostengono metà del cielo” mobilita milioni di lavoratrici, ma non scalfisce la struttura del potere, la leadership resta maschile, la donna è forza lavoro rivoluzionaria, non soggetto politico.
Nelle teocrazie contemporanee, il corpo femminile diventa un confine morale, si pensi al velo, all’abbigliamento, alla mobilità che non sono mai scelte, ma indicatori di obbedienza. Nelle dittature militari, la violenza sessuale è un’arma di controllo, un messaggio inciso sui corpi per terrorizzare intere comunità. In ogni caso, la donna è un territorio da occupare, non una voce da ascoltare. Eppure, in questo panorama di oppressioni ricorrenti, esiste un’eccezione storica, le democrazie. Non perché siano perfette, non lo sono mai state, ma perché si fondano su un principio che nessun regime autoritario può tollerare, cioè la donna è un individuo, non una funzione dello Stato. Nelle democrazie, la cittadinanza non dipende dal corpo, la maternità non è un dovere politico, la sessualità non è regolata dall’autorità, il lavoro non è assegnato per genere, la rappresentanza non è una concessione, in questo caso la pluralità delle vite femminili non è una minaccia, ma un valore.
La storia ci consegna una verità semplice e scomoda, ovvero che la libertà delle donne è il termometro della libertà di tutti. Dove le donne sono controllate, l’autoritarismo è già all’opera. Dove le donne sono libere, il potere non può essere totale. È per questo che ogni progetto politico che mira a restringere l’autonomia femminile, nel corpo, nel lavoro, nella parola, nella scelta, va guardato con la stessa attenzione con cui si osserva un cielo che si oscura. Non è mai un dettaglio, al contrario, rappresenta sempre un segnale.








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