Dodici incontri guidati da psicologi clinici in sinergia con i docenti, quattro competenze chiave e un centinaio di studenti coinvolti: MIRaES interrompe l’escalation di stress e depressione nei licei nipponici, mentre in Italia restano solo leggi sulla carta.

In Giappone, dove la pressione scolastica si traduce spesso in carichi di studio estenuanti e in un tasso di sintomi depressivi tra gli adolescenti che sfiora livelli preoccupanti, le autorità educative hanno deciso di agire. Nasce così MIRaES, un programma pensato per accompagnare gli studenti delle superiori in un percorso di “alfabetizzazione affettiva” distribuito lungo l’intero anno accademico. L’obiettivo è semplice ma ambizioso: ridurre il progressivo peggioramento dello stato emotivo dei ragazzi insegnando loro a riconoscere, esprimere e gestire le proprie emozioni.

Il cuore dell’intervento si compone di dodici incontri strutturati su quattro pilastri fondamentali. Il primo si concentra sull’assertività, per permettere ai giovani di esprimere bisogni e opinioni con chiarezza e rispetto; il secondo introduce tecniche di ristrutturazione cognitiva, utili a individuare e trasformare i pensieri disfunzionali; il terzo insegna strategie di gestione della rabbia, affinché le emozioni intense non degenerino in conflitti distruttivi; l’ultimo area, dedicata al problem solving, mira a costruire metodi concreti per affrontare le sfide quotidiane, scolastiche e personali. Ogni lezione è condotta da uno psicologo clinico che lavora fianco a fianco con gli insegnanti, favorendo un’applicazione immediata delle competenze nel contesto scolastico. In questo modo, il programma non si limita a una teoria astratta ma diventa un laboratorio di relazioni, in cui i ragazzi sperimentano l’ascolto reciproco, la condivisione di difficoltà e la costruzione di soluzioni comuni.

I primi dati emersi dal monitoraggio di un gruppo di 120 studenti rivelano un risultato sorprendente: chi ha partecipato ad almeno undici incontri non ha registrato alcun peggioramento dei sintomi depressivi, mentre il gruppo con presenza irregolare ha mostrato un aumento significativo del disagio emotivo. Le testimonianze parlano di ragazzi capaci di intervenire prima che l’ansia sfoci in crisi, di giovani che hanno affinato il dialogo con i genitori e di classi in cui si è instaurato un clima di cooperazione inedito. Oltre all’effetto protettivo sui disturbi dell’umore, MIRaES ha generato un miglioramento complessivo del benessere soggettivo, con cali apprezzabili di ansia e un coinvolgimento più attivo nelle attività scolastiche. Gli studenti, liberi dalle paure di sbagliare o di non essere compresi, mostrano motivazione e partecipazione, ingredienti fondamentali anche per il rendimento accademico.

Nel confronto con l’Italia, però, la distanza è enorme. A Roma da anni si discute di educazione emotiva tra commissioni e proposte di legge, ma i disegni ufficiali restano bloccati in Parlamento. La sperimentazione promossa nel 2022 e il piano presentato nel 2023 si sono arrestati sulla carta, incapaci di muovere un solo passo negli istituti scolastici. Nel frattempo, tra casi di bullismo, isolamento e persino suicidi, il disagio giovanile supera ogni record.

La mancanza di strumenti concreti per gestire le emozioni ha costi sociali altissimi. Oltre a favorire la prevenzione di disturbi psicosomatici e dell’umore, un’adeguata educazione affettiva potenzia la capacità di apprendimento, riduce i conflitti in aula e contrasta fenomeni di emarginazione. In un sistema formativo alle prese con la dispersione e le disuguaglianze, rinunciare a questi percorsi significa lasciare i ragazzi privi di difese nei confronti dello stress. La lezione giapponese indica la strada: non servono programmi faraonici né grandi investimenti tecnologici, ma percorsi agili, ben strutturati e integrati nella quotidianità scolastica. È il momento che anche in Italia le buone intenzioni diventino pratiche reali: dedicare tempo, risorse e formazione agli insegnanti per mettere al centro dei curricula non solo le materie, ma anche il cuore. Perché educare alle emozioni significa costruire cittadini più resilienti e una scuola capace di ascoltare.

Instagram: @50k50yrs

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