Con Chi resta, chi parte, Ignazio Catauro costruisce quattro storie che sembrano separate e invece respirano come un unico racconto: quello di un paese che si svuota, di chi lo lascia senza riuscire davvero ad abbandonarlo e di chi rimane scoprendo che anche restare può essere una forma di coraggio.
A Roccalpina le partenze non fanno rumore. Non ci sono stazioni affollate, addii teatrali, valigie lanciate sui treni all’ultimo momento. Ci sono piuttosto persiane che restano chiuse, una scuola che perde alunni, una bottega che non riapre, cognomi che continuano a essere pronunciati molto tempo dopo che le famiglie sono andate via, case che ad agosto si riempiono per qualche settimana e poi tornano al silenzio. È dentro questo paesaggio di presenze intermittenti che Ignazio Catauro ambienta Chi resta, chi parte, quattro racconti neo-neorealisti che, letti uno dopo l’altro, finiscono per somigliare meno a una raccolta che a un unico romanzo corale sulla scelta, sulla memoria e su quella strana forma di fedeltà che ci lega ai luoghi anche quando decidiamo di lasciarli. Roccalpina non è semplicemente uno scenario, è una coscienza collettiva, un luogo che osserva i propri figli andare via, ritornare, esitare, illudersi di poter ricominciare e infine capire che ogni vita adulta si costruisce anche attraverso ciò a cui si rinuncia.

Rocco torna dopo gli anni dell’università a Bologna e porta con sé la domanda che attraversa tutto il libro: è tornato per restare o soltanto per salutare? Intorno a lui il paese sembra offrirgli entrambe le risposte. C’è chi è rimasto e non appare affatto sconfitto, chi ha fatto della terra, del lavoro e della continuità una vita piena; c’è un progetto di sviluppo locale che potrebbe trasformare le competenze acquisite lontano in qualcosa di utile per il luogo da cui proviene; ci sono le parole degli adulti, le attese della madre, le occasioni che sembrano chiedergli di restituire qualcosa. Ma Catauro ha l’intelligenza narrativa di non trasformare il ritorno in una redenzione obbligatoria. La scelta di Rocco non deve essere moralmente esemplare, deve essere sua. È il padre, quasi contro ogni aspettativa, a consegnargli la frase che contiene una delle verità più limpide del libro: non partire per paura di restare e non restare per paura di partire. Così Rocco parte, e quando il campanile di Roccalpina scompare dietro una curva capisce che tornerà ancora, forse molte volte, ma che da quel momento ogni ritorno sarà davvero un ritorno, il paese resterà suo, senza essere più la sua casa nel senso pieno della parola. È una scena semplice, quasi senza gesto, e proprio per questo dolorosa, perché tutti, prima o poi, abbiamo guardato qualcosa diventare piccolo dietro di noi sapendo che avremmo potuto tornarci, ma non nello stesso modo.

La stessa domanda passa poi nelle mani di Assunta e cambia età, voce, consistenza. Qui partire non significa inseguire un futuro professionale ma lasciare un marito morto, una bottega chiusa, quarant’anni di vita depositati negli oggetti. La figlia la vuole a Torino, accanto al nipote, e Assunta teme che muoversi significhi tradire Vincenzo una seconda volta. Ma il passato, nelle pagine di Catauro, non è mai soltanto ciò che trattiene, può diventare ciò che accompagna. Un vecchio quaderno di commissioni, alcuni nomi, dei mobili costruiti per famiglie che magari non vivono più in paese le fanno comprendere che il lavoro di Vincenzo è già uscito da quella bottega, è entrato nelle case degli altri, ha sostenuto libri, tavoli, sogni, vite. Poi arriva il piccolo sgabello incompiuto, destinato a un nipote che allora ancora non esisteva, con quel biglietto che sembra contenere una fiducia nel futuro più forte della morte stessa. Assunta lo finisce, lo leviga, lo dipinge d’azzurro e infine parte. È forse una delle immagini più belle dell’intero libro, una donna che lascia il luogo della propria memoria portando con sé non una reliquia, ma qualcosa che era stato pensato per continuare. Partire, allora, non significa abbandonare. Significa talvolta impedire che il ricordo diventi immobilità.

Con Michele la distanza si allunga fino a Utrecht, ma il nucleo emotivo resta lo stesso. Un laboratorio olandese gli offre ciò che anni di precarietà italiana gli hanno negato: tempo, strumenti, continuità, la possibilità di lavorare davvero sulla leucemia infantile refrattaria. Potrebbe essere il racconto più facilmente riducibile alla formula del giovane ricercatore costretto a emigrare, e invece Catauro scava più a fondo. Michele non va via soltanto perché altrove la ricerca funziona meglio, va perché dietro quella ricerca c’è Davide, il fratello morto, e la domanda che gli è rimasta dentro da allora. Perché qualcuno sopravvive e qualcun altro no? Quanto dipende dalla medicina, quanto dalla geografia, quanto dal caso? La sua partenza diventa così il tentativo di dare una forma operosa al dolore, di trasformare una ferita privata in una possibilità pubblica. Quando il padre restaura la vecchia cassetta di legno appartenuta a Davide e gli chiede di portarla in Olanda, non per conservarla vuota ma per riempirla di qualcosa di vivo, Catauro ritrova ancora una volta la propria lingua più autentica: quella degli oggetti che dicono ciò che i personaggi non riescono a pronunciare. Non serve spiegare il lutto; basta vedere un padre che passa la carta vetrata sul legno di una scatola rimasta chiusa per quindici anni.

E poi Teresa e Giovanni, forse il racconto che completa davvero tutti gli altri perché introduce una possibilità opposta, quella che restare non sia necessariamente una resa. Stanno insieme da venticinque anni eppure il mondo continua a chiamarli come se fossero ancora in attesa di cominciare. Hanno genitori anziani da assistere, case separate, una quotidianità fatta di domeniche, cene, piccoli rituali e rimandi ragionevoli che, sommati uno all’altro, sono diventati una vita. L’invito al matrimonio di una ex alunna costringe Teresa a guardare ciò che per anni ha preferito non nominare; dopo un quarto di secolo Giovanni è ancora “il fidanzato della maestra”. E allora accade qualcosa di apparentemente minimo e insieme radicale. Giovanni propone di sposarsi comunque. Non dopo la morte dei genitori, non quando le case saranno finalmente libere, non quando la vita sarà meno complicata, adesso. Anche continuando, se necessario, a vivere per un periodo in due case diverse. Perché aspettare che tutti gli impedimenti scompaiano significa forse aspettare che scompaia la vita stessa. È qui che il titolo del libro smette definitivamente di indicare due categorie di persone e diventa invece la descrizione di due movimenti ugualmente degni: chi parte deve trovare il coraggio di andare, chi resta deve trovare il coraggio di riconoscere che anche la propria immobilità apparente può essere una scelta piena.
La scrittura di Ignazio Catauro vive esattamente in questa zona, quella in cui le grandi trasformazioni sociali diventano gesti domestici. Lo spopolamento non è soltanto una statistica ma una casa che cambia proprietario, un bar con meno tavolini occupati, una sezione scolastica che chiude, una festa patronale che per tre settimane restituisce al paese l’illusione di essere ancora quello di prima. Il lutto è un armadio che nessuno ha più aperto. La memoria è una cassetta di legno. Il futuro è uno sgabello incompiuto. L’amore è una domenica ripetuta per venticinque anni. La partenza è un campanile che si restringe nello specchietto. Catauro non sembra interessato agli eroi, e forse è proprio questo il tratto più autenticamente neo-neorealista del libro, la convinzione che la dignità della letteratura possa ancora abitare nelle persone comuni, nei mestieri, nelle cucine, nei silenzi tra genitori e figli, nelle decisioni che nessun giornale racconterà ma che cambiano per sempre il modo in cui una persona abita il mondo.
Alla fine le quattro storie confluiscono naturalmente l’una nell’altra. Rocco parte per diventare ciò che ancora non è; Assunta parte per non perdere ciò che rimane; Michele parte per trasformare un dolore in conoscenza; Teresa resta perché comprende che la sua fedeltà quotidiana non è stata una vita minore. Nessuna scelta viene premiata, nessuna condannata. Ed è proprio qui che Chi resta, chi parte trova la sua verità più profonda: nell’idea che diventare adulti significhi accettare che ogni strada scelta contenga inevitabilmente la nostalgia delle strade lasciate. Non c’è partenza senza qualcosa che rimane indietro, non c’è permanenza senza l’ombra di ciò che sarebbe potuto accadere altrove.
Ignazio Catauro racconta tutto questo senza cercare il clamore, affidandosi a una malinconia controllata, a una prosa che preferisce la persistenza al colpo di scena. E mentre le pagine finiscono, Roccalpina continua a restare. Non perché sia un paradiso perduto, non perché chi parte debba sentirsi in colpa, ma perché alcuni luoghi hanno una capacità che la geografia non sa misurare, perché possono smettere di essere il posto in cui viviamo senza smettere di essere uno dei luoghi da cui continuiamo a guardare il mondo. Forse è questo, alla fine, il vero racconto che tiene insieme tutti gli altri. Non chi resta e chi parte, ma ciò che resta dentro chi parte e ciò che, inevitabilmente, continua a partire dentro chi resta.







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