L’AfD diventa prima forza politica del Land con un risultato storico, mentre il BSW di Sahra Wagenknecht entra in Parlamento e si trasforma nell’ago della bilancia. Il voto dell’Est tedesco apre una crisi profonda per i partiti tradizionali, riporta al centro il rapporto con Bruxelles, la Russia e l’Ucraina, e mostra quanto la politica europea sia ormai attraversata anche dalla geopolitica digitale.

La notte elettorale in Sassonia-Anhalt non consegna soltanto un risultato regionale. Consegna alla Germania una frattura politica che Berlino non può più ignorare, ovvero che il voto del 6 settembre 2026, secondo i dati richiamati dai media tedeschi, segna l’affermazione dell’AfD come prima forza del Land, con un consenso vicino al 44%, e il crollo dei partiti che per decenni hanno rappresentato l’ossatura della democrazia federale. La CDU arretra pesantemente, SPD, Verdi e Linke restano sotto la soglia del 10%, mentre il BSW di Sahra Wagenknecht supera il 5% ed entra nel Parlamento regionale con un ruolo potenzialmente decisivo. Il dato politico più rilevante non è soltanto la vittoria dell’AfD, ma l’impossibilità di trasformarla automaticamente in governo. Il partito guidato nel Land da Ulrich Siegmund conquista la leadership politica, ma non la maggioranza assoluta dei seggi, infatti la somma delle forze tradizionali anti-AfD non basta a garantire un esecutivo stabile senza il nuovo soggetto nato attorno a Wagenknecht. In altre parole, la Sassonia-Anhalt esce dalle urne con un Parlamento bloccato, che vede l’AfD troppo forte per essere marginalizzata, ma ancora troppo isolata per governare da sola; il BSW è troppo piccolo per guidare il gioco, ma abbastanza grande per decidere se una maggioranza potrà nascere.

È questa la vera novità della notte dei “lunghi sorbetti”, la protesta non è più periferica, non è più soltanto rabbia elettorale, non è più un segnale da archiviare come eccezione dell’Est; è diventata architettura del potere. La Sassonia-Anhalt fotografa una Germania in cui i vecchi argini non reggono più e in cui la rappresentanza politica si sposta verso formazioni che contestano frontalmente il modello dominante, che vede l’AfD da destra, con una piattaforma identitaria, anti-immigrazione, euroscettica e critica verso il sostegno occidentale all’Ucraina; dall’altra il BSW da una posizione ibrida, sociale e sovranista, che unisce welfare, critica alla globalizzazione, scetticismo verso la Nato e richiesta di una politica energetica più pragmatica. Per comprendere il voto bisogna partire dalla Germania orientale. La Sassonia-Anhalt è uno dei territori nei quali la riunificazione non è mai diventata pienamente pacificazione sociale, dove la deindustrializzazione, l’emigrazione dei giovani, il senso di marginalità rispetto a Berlino, il costo della transizione energetica e la rottura dei rapporti economici con la Russia hanno alimentato una percezione diffusa: quella di un Est chiamato a pagare scelte prese altrove. In questo clima, l’AfD ha intercettato la domanda di identità e protezione, mentre il BSW ha raccolto il malessere sociale di chi non si riconosce più né nella sinistra tradizionale né nel liberalismo europeista.

Il risultato colpisce soprattutto perché arriva dentro una Germania già indebolita da tensioni economiche, incertezza industriale e crisi di fiducia verso il governo federale. La CDU, che per anni ha rappresentato l’argine conservatore e istituzionale, vede ridursi drasticamente il proprio spazio. La SPD fatica a parlare ai ceti popolari, i Verdi restano minoritari in un territorio dove la transizione ecologica è spesso percepita come imposizione più che come opportunità, la Linke viene schiacciata proprio dal partito nato da una sua scissione. Il BSW occupa lo spazio lasciato vuoto da una sinistra incapace di tenere insieme giustizia sociale, sicurezza economica e critica alla globalizzazione. L’AfD, dal canto suo, non appare più come un partito esclusivamente di protesta, in quanto il suo radicamento nei territori orientali, la capacità di parlare a operai, artigiani, pensionati, giovani disillusi e ceti medi impoveriti ne fanno ormai un soggetto strutturale della politica tedesca. Il fatto che le autorità di sicurezza abbiano classificato l’AfD, in alcuni contesti, come formazione di estrema destra non ha impedito al partito di ampliare il consenso, anzi, per una parte del suo elettorato, le accuse provenienti dall’establishment rafforzano la narrazione di un sistema che tenta di delegittimare l’unica forza percepita come realmente alternativa.

Il successo del BSW aggiunge un ulteriore elemento di complessità; Sahra Wagenknecht ha costruito il suo progetto politico su una formula che rompe gli schemi tradizionali, fatto di protezione sociale, critica alle élite, limitazione dell’immigrazione, difesa dei salari, scetticismo sulle sanzioni alla Russia, richiesta di diplomazia sull’Ucraina e denuncia del conformismo mediatico. È un linguaggio che parla a elettori provenienti da mondi diversi, ex votanti della Linke, socialdemocratici delusi, cittadini ostili ai Verdi, settori popolari non disposti a consegnarsi all’AfD ma ugualmente contrari alla linea dominante di Berlino e Bruxelles. La matematica parlamentare rende ora il quadro esplosivo, una coalizione tra AfD e BSW aprirebbe un terremoto politico nazionale, perché abbatterebbe di fatto il cordone sanitario costruito attorno all’ultradestra. Una coalizione anti-AfD con dentro il BSW sarebbe altrettanto difficile, perché costringerebbe il partito di Wagenknecht a sostenere forze che ha duramente contestato proprio sui temi centrali della campagna elettorale. Un governo di minoranza rischierebbe l’instabilità permanente, ma anche nuove elezioni, infine, potrebbero rafforzare ulteriormente la polarizzazione invece di risolverla.

Sul voto pesa anche l’ombra della Russia. Mosca osserva con evidente interesse l’avanzata di forze politiche tedesche critiche verso le sanzioni, il riarmo europeo e il sostegno militare all’Ucraina. Nell’Est tedesco il rapporto con la Russia non è soltanto geopolitico, è anche memoria economica, industriale ed energetica. Per decenni, quel legame ha garantito forniture, relazioni commerciali e una percezione di stabilità, dunque la sua rottura, dopo l’invasione dell’Ucraina e la crisi energetica europea, ha prodotto costi sociali e psicologici che in molte aree orientali sono stati vissuti come uno shock. AfD e BSW interpretano questa ferita in modo diverso: l’AfD la trasforma in una narrazione identitaria e anti-atlantica, presentando la Russia come un attore sovrano alternativo all’ordine liberale occidentale; il BSW la rielabora in chiave sociale e pragmatica, chiedendo diplomazia, revisione delle sanzioni e una politica energetica meno ideologica. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso, ovvero la linea di Berlino sull’Ucraina appare più fragile e politicamente contestata, soprattutto nei territori orientali.

A rendere ancora più internazionale il voto è intervenuta la dimensione digitale. Il messaggio di congratulazioni attribuito a Elon Musk verso i leader dell’AfD ha mostrato come le elezioni regionali non siano più eventi confinati nei perimetri nazionali, Musk non è un osservatore qualsiasi, controlla una piattaforma globale come X, una rete satellitare come Starlink e infrastrutture tecnologiche che hanno già avuto un ruolo strategico nei conflitti e nella comunicazione politica mondiale. Il suo intervento, anche solo simbolico, contribuisce a normalizzare l’AfD su una scena internazionale popolata non più soltanto da Stati, governi e partiti, ma anche da poteri tecnologici privati capaci di influenzare percezioni, agende e legittimazioni. La Sassonia-Anhalt diventa così un laboratorio di geopolitica contemporanea: da una parte c’è la crisi della rappresentanza democratica tradizionale; dall’altra la pressione esterna di Russia, Stati Uniti, piattaforme digitali, reti energetiche e interessi strategici. E allora ecco che la Germania, per anni concentrata esclusivamente su se stessa come potenza stabilizzatrice dell’Europa, scopre di essere attraversata da vulnerabilità profonde, sociali, territoriali, industriali, informative e geopolitiche. Naturalmente il voto dell’Est parla anche all’Europa, l’Unione si trova davanti a una domanda che non può più rinviare: come tenere insieme transizione ecologica, sicurezza, competitività industriale, sostegno all’Ucraina e consenso sociale? Nei territori che si sentono penalizzati dai costi della trasformazione, Bruxelles viene percepita sempre più spesso come centro regolatorio distante, incapace di ascoltare le conseguenze concrete delle proprie decisioni; ed è in questo vuoto che crescono forze politiche che promettono protezione, sovranità e rottura.

Insomma, la notte della Sassonia-Anhalt non chiude una crisi, piuttosto la apre. I partiti tradizionali dovranno decidere se limitarsi a denunciare l’avanzata dell’AfD o interrogarsi sulle ragioni sociali che l’hanno resa possibile. Il BSW dovrà chiarire se vuole essere forza di protesta responsabile o perno di nuovi equilibri. L’AfD dovrà misurare la distanza tra consenso e governabilità. Nel frattempo Berlino dovrà prendere atto che l’Est non è più una periferia politica da osservare con paternalismo, ma il luogo in cui si manifestano in anticipo fratture destinate a pesare sull’intera Germania. Il 6 settembre 2026 resterà dunque come una data di svolta, non perché abbia consegnato un governo, ma perché ha mostrato l’ingovernabilità di un sistema che non riesce più a contenere le proprie contraddizioni. La Germania che esce da questa notte è più divisa, più esposta e più incerta. E l’Europa, guardando alla Sassonia-Anhalt, vede riflessa una parte del proprio futuro, ossia un continente in cui la battaglia politica non si gioca più soltanto tra destra e sinistra, ma tra integrazione e sovranità, appartenenza e abbandono, sicurezza e libertà, memoria industriale e nuova geopolitica digitale.

 

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