Il Movimento Difesa del Cittadino lancia l’allarme: il 2026 deve diventare l’anno della consapevolezza femminile e della responsabilità collettiva.

Lo stalking contro le donne è una forma di violenza silenziosa, progressiva e spesso difficile da riconoscere nelle sue fasi iniziali. Proprio per questo è tra le più pericolose. Si insinua nella quotidianità mascherandosi da normalità, gentilezza, interesse o collaborazione professionale, fino a trasformarsi in una persecuzione che confonde, disarma e colpevolizza la vittima, normalizzando l’abuso. A richiamare l’attenzione su questo fenomeno è il Movimento Difesa del Cittadino con un intervento firmato da Goffredo Durante, che invita a non sottovalutare mai i segnali. Molte storie di stalking iniziano da un rapporto apparentemente amichevole o da una relazione sentimentale conclusa, quando il rifiuto e l’autonomia della donna non vengono accettati. Sempre più spesso, però, il fenomeno nasce anche in ambito lavorativo, soprattutto nei contesti informali, nelle collaborazioni saltuarie o in situazioni di squilibrio di potere, dove alla prestazione professionale viene implicitamente associata una presunta disponibilità personale o sessuale. Il punto di rottura arriva quasi sempre con il diniego, con quel no che segna il passaggio dall’insistenza alla persecuzione. Da quel momento lo stalker cambia atteggiamento. Il rifiuto viene vissuto come un affronto personale, una ferita narcisistica da sanare. Inizia così una fase di osservazione sistematica della vittima, della sua vita privata, delle sue relazioni e delle sue fragilità. Si cercano informazioni, si costruiscono narrazioni utili a legittimare l’insistenza, si alimentano voci e pressioni indirette. Quando la donna prende ulteriormente le distanze, la pressione aumenta, i messaggi si moltiplicano, il tono si fa aggressivo, subentrano il ricatto emotivo e morale.

Oggi la tecnologia amplifica tutto. I canali di contatto sono infiniti e pervasivi, dai social network alle chat, dalle email alle telefonate continue o mute. La presenza dello stalker diventa costante, soffocante, impossibile da ignorare. Ogni tentativo di allontanamento viene ribaltato in un’accusa, e il confine tra insistenza e persecuzione viene deliberatamente cancellato. In alcuni casi, la strategia di apparente accondiscendenza adottata dalla vittima per placare l’assedio produce l’effetto opposto, spingendo il persecutore a rendersi visibile anche nell’ambiente familiare e sociale della donna. L’obiettivo finale è la resa, una resa che equivale alla perdita della libertà personale e all’ingresso in una forma di schiavitù psicologica. Quando questi meccanismi si innescano, la vita della vittima cambia radicalmente. Le abitudini vengono stravolte, si vive in uno stato di allerta continua, si teme il pedinamento, la tracciatura degli spostamenti, l’osservazione delle routine quotidiane. È in questa fase che il rischio diventa massimo.

Da qui l’appello a non minimizzare mai. La prima arma è la consapevolezza. È fondamentale documentare tutto, conservare messaggi, chat, email e vocali, annotare date ed episodi, condividere quanto accade con persone fidate e non affrontare mai il problema da sole. Costruire un dossier completo significa protezione, mentre il silenzio resta il terreno più fertile per l’abuso. Il messaggio è chiaro. Il 2026 deve essere l’anno della consapevolezza femminile, ma anche della responsabilità collettiva. Lo stalking non è un problema privato né un fraintendimento relazionale. È violenza e come tale va riconosciuta, denunciata e fermata. Perché nessuna donna dovrebbe mai essere costretta a cambiare vita per colpa di chi non accetta un no.

Leave a Reply

  • (not be published)