L’Ue pronta a incontrare i funzionari talebani: obiettivo gestione migratoria e cooperazione tecnica. Ma cresce la polemica sul rischio di legittimare il regime afghano.
L’Unione Europea apre per la prima volta a un confronto diretto con i talebani e lo fa nel cuore delle istituzioni comunitarie, a Bruxelles. Una scelta che sta già provocando forti polemiche politiche e umanitarie, perché arriva in un momento in cui il regime afghano continua a essere accusato dalla comunità internazionale di gravissime violazioni dei diritti umani, soprattutto nei confronti delle donne. Eppure Bruxelles sembra intenzionata a percorrere la strada del pragmatismo, nel tentativo di affrontare una delle questioni più delicate degli ultimi anni: la gestione dei flussi migratori e i rimpatri dei cittadini afghani presenti in Europa. Secondo quanto trapelato, la Commissione europea e il Ministero della Giustizia svedese avrebbero inviato una lettera alle autorità talebane per verificare la disponibilità a un incontro tecnico nella capitale belga. L’obiettivo sarebbe quello di discutere le modalità di rimpatrio di migranti afghani considerati irregolari o ritenuti un rischio per la sicurezza. Non si tratta, almeno ufficialmente, di un riconoscimento politico del governo talebano, ma il significato diplomatico dell’iniziativa è comunque enorme. Dopo anni di isolamento internazionale, i talebani potrebbero sedersi a un tavolo con rappresentanti dell’Unione Europea proprio mentre il continente cerca nuove soluzioni per rafforzare le proprie politiche migratorie.
La questione nasce da una difficoltà concreta: molti Paesi europei vorrebbero accelerare le espulsioni e i rimpatri, ma senza relazioni diplomatiche ufficiali con Kabul ogni procedura è diventata estremamente complessa. L’Europa, stretta tra esigenze di sicurezza interna e pressioni politiche nazionali, sembra quindi orientata a un dialogo tecnico che però rischia di trasformarsi in qualcosa di molto più significativo sul piano politico. Le organizzazioni umanitarie hanno reagito con grande preoccupazione. Diverse associazioni che si occupano di diritti dei rifugiati accusano Bruxelles di rischiare una pericolosa legittimazione del regime talebano. Il timore è che l’Unione finisca per chiudere gli occhi davanti alle condizioni drammatiche in cui vive oggi il popolo afghano pur di ottenere collaborazione sui rimpatri. Il principio di non respingimento, che vieta di rimandare una persona in un Paese dove rischia persecuzioni o violenze, potrebbe entrare così in collisione con le nuove strategie europee sulla sicurezza.
E la situazione in Afghanistan continua infatti a essere devastante. Dopo il ritorno dei talebani al potere nel 2021, il Paese è precipitato in una crisi economica e sociale profondissima. Milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari, la fame è diffusa e il sistema sanitario è al collasso. Intere famiglie vivono in condizioni di estrema povertà mentre i bambini soffrono malnutrizione cronica. A tutto questo si aggiunge il progressivo smantellamento dei diritti civili. Le donne sono diventate il simbolo più evidente della repressione talebana. Alle ragazze è vietato frequentare la scuola oltre la sesta classe, molte donne non possono lavorare, frequentare università o muoversi liberamente senza restrizioni. Negli ultimi mesi il regime ha imposto ulteriori limitazioni persino sulla possibilità di parlare o farsi sentire in pubblico. Le Nazioni Unite hanno parlato apertamente di una forma di “apartheid di genere”, mentre le istituzioni europee continuano a definire “inaccettabile” il trattamento riservato alle donne afghane.
Nonostante questo, l’Europa non ha mai interrotto completamente i rapporti con Kabul. Gli aiuti umanitari sono continuati e Bruxelles ha mantenuto aperti alcuni canali diplomatici indiretti. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha stanziato miliardi di euro per sostenere la popolazione afghana, cercando di distinguere il sostegno umanitario dal riconoscimento politico del regime. La linea europea è sempre stata quella del cosiddetto “dialogo di principio”: cooperazione tecnica senza legittimazione politica. Dietro questa apertura c’è però anche un altro elemento: la sicurezza internazionale. L’Afghanistan continua a essere considerato un territorio estremamente fragile, dove gruppi jihadisti come l’ISIS-K mantengono una forte presenza. Le intelligence europee temono che il Paese possa tornare a essere un centro operativo del terrorismo internazionale e per questo Bruxelles sta cercando di mantenere almeno un livello minimo di interlocuzione con le autorità talebane.
L’eventuale arrivo dei rappresentanti di Kabul a Bruxelles rappresenterebbe dunque un passaggio simbolico molto delicato. Per alcuni governi europei si tratta di una scelta inevitabile, dettata dalla necessità di affrontare problemi concreti come immigrazione e sicurezza. Per altri, invece, è un precedente pericoloso che rischia di compromettere la credibilità dell’Europa nella difesa dei diritti umani. L’Unione Europea si trova così davanti a uno dei dilemmi più difficili degli ultimi anni: riuscire a proteggere i propri interessi strategici senza rinunciare ai valori democratici e ai principi che da sempre rivendica come fondamento della propria identità politica.







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