Prima pagina
A Milano, Torino e Bologna non si è vista una crisi sociale italiana né una protesta collettiva contro il caro vita. Si è vista l’increspatura di un disagio urbano circoscritto, che non rappresenta il Paese ma illumina una zona d’ombra che la politica continua a ignorare.
Quando le immagini di Milano, Torino e Bologna hanno attraversato le redazioni e i social, molti commentatori vi hanno letto il presagio di un malessere nazionale pronto a esplodere. Bastava però osservare la composizione delle piazze, la natura dei gruppi coinvolti, la geografia delle città interessate e l’assenza di una partecipazione popolare per capire che si trattava d’altro. Non l’espressione di un disagio collettivo, ma l’eco di una frattura urbana che riguarda alcune aree del Nord e non può parlare a nome del Paese. Le proteste non hanno mobilitato masse, e neppure coinvolto categorie sociali che avanzano rivendicazioni strutturate. Sono stati episodi circoscritti, animati da gruppi giovanili poco organizzati, in larga parte giovanissimi, stando alle prime ricostruzioni, e provenienti da quartieri dove la città si frantuma in microcosmi culturali autonomi e l’integrazione resta più un auspicio che una realtà.
In questo senso, paradossalmente, Milano, Torino e Bologna non sono l’Italia. Sono tre laboratori urbani in cui la marginalità giovanile assume forme proprie, dove la dispersione scolastica si intreccia con la disoccupazione e dove le identità ibride delle nuove generazioni oscillano tra desiderio di appartenenza e percezione di esclusione. In questi contesti il gesto di protesta ha meno i tratti della rivendicazione politica e più quelli della performance. È la ripresa di un linguaggio di rivolta di matrice francese e belga, importato attraverso i social, rilanciato dal video virale, svuotato di ogni progetto. Non c’è ideologia e neppure piattaforma, solo ricerca di visibilità; la ricerca di quel fascino della violenza simbolica, che determina la sensazione di esistere per qualche ora in un mondo che altrimenti non li vede.
La politica ha reagito con la consueta ritualità: condanne immediate, accuse reciproche, tentativi di attribuire la regia alle opposizioni o ai sindacati, come se la guerriglia urbana fosse figlia di una strategia. La verità è che nessuno muove le fila di quegli episodi, e certamente non la Cgil, che ha colto maldestramente solo l’occasione per riportare il caro vita nel perimetro istituzionale annunciando uno sciopero generale, tema distante dalle dinamiche giovanili delle periferie. Il sindacato non guida nessuna…

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