Ad Apice in provincia di Benevento, il primo fine settimana di settembre è stato segnato dai colori e dai profumi della campagna, dal calore delle tradizioni contadine e dalla voglia di comunità che la “Festa degli Orti Apicesi” ha saputo sprigionare.

Un appuntamento che non si limita a celebrare il gusto dei prodotti tipici ma che diventa momento di riflessione collettiva, occasione per pensare al futuro dell’agricoltura e alle sfide che attendono i territori interni del Sannio.

Il convegno intitolato “Sapori genuini che raccontano la tradizione: U Peparol Sicco e U Friarell” ha rappresentato il cuore culturale dell’evento. L’incontro si è svolto al Mercato Coperto di Piazza della Sapienza, un luogo che richiama immediatamente l’immaginario popolare della convivialità, e ha visto la partecipazione di amministratori, professionisti e operatori del settore agroalimentare. A moderare i lavori è stato Antonio Ferragamo della Pro Loco di Apice, che ha introdotto i relatori e accompagnato il pubblico in un percorso che intreccia tradizione, innovazione e prospettive di sviluppo.

 

Ha aperto il dibattito Daniela D’Oro, assessore all’agricoltura del Comune di Apice, ricordando come l’agricoltura non sia solo produzione di beni materiali ma anche presidio di valori immateriali. Coltivare peperoni, friarielli e ortaggi della tradizione significa custodire una memoria collettiva che altrimenti rischierebbe di perdersi. “Un’agricoltura che unisce gusto e radici” non è soltanto uno slogan, ma una filosofia che vede il cibo come legame profondo tra le generazioni, come patrimonio condiviso che rafforza l’identità di un territorio. La sua riflessione ha rimesso al centro l’idea che ogni piatto tipico è il frutto di una storia e che proteggere la biodiversità significa anche proteggere la cultura.

Sulla stessa linea si è mossa la Dirigente medico e direttore SIAN FF,  Filomena Iadanza, membro dell’Osservatorio Nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali, che ha offerto una lettura scientifica e al tempo stesso culturale dei cosiddetti PAT. Questi prodotti, ha spiegato, “sono un pilastro della nostra alimentazione e meritano attenzione perché racchiudono caratteristiche uniche legate al territorio”. La registrazione dei PAT non è solo una questione burocratica ma uno strumento di tutela che garantisce al consumatore autenticità e al produttore un riconoscimento concreto. Ha ricordato come mangiare tipico significhi anche mangiare sano, “perché i prodotti locali non hanno subito la spinta alla standardizzazione che spesso riduce la qualità nutrizionale degli alimenti industriali”. Un discorso che si intreccia con la sostenibilità, perché privilegiare la biodiversità agricola significa ridurre la dipendenza dalle grandi filiere globali e incentivare pratiche agricole rispettose dell’ambiente.

Di prospettive economiche ha parlato Ignazio Catauro, responsabile tecnico del Distretto del Commercio “Alto Sannio”, nel suo ruolo di Coordinatore di Distretto, che ha posto l’accento sulla necessità di costruire reti. Senza un sistema di relazioni solide tra produttori, distributori, enti locali e istituzioni diventa difficile per i piccoli agricoltori reggere la sfida dei mercati. “I distretti commerciali- ha sottolineato – rappresentano uno strumento fondamentale per aumentare la visibilità e valorizzare i prodotti agroalimentari tradizionali. Fare sistema significa trasformare eccellenze che rischiano di rimanere confinate in un consumo locale in risorse economiche capaci di creare occupazione e sviluppo. La sfida è proprio questa, passare dalla passione dei singoli alla forza di una comunità organizzata”.

 

A seguire, ed in conclusione, l’intervento dell’ingegnere Vincenzo Giangregorio ha riportato l’attenzione su un aspetto spesso sottovalutato ma cruciale per la sopravvivenza delle piccole aziende agricole, ossia la visibilità. “Innovare in campo non basta se poi i prodotti non riescono a raggiungere il consumatore. La vera partita si gioca oggi sulla logistica e sul marketing digitale. Le nuove tecnologie offrono strumenti straordinari per raccontare la storia di un prodotto e per farlo arrivare anche lontano dal luogo di produzione”. Eppure i piccoli produttori spesso non hanno mezzi e competenze per affrontare questo passaggio. Da qui la necessità di supporto e formazione, affinché le eccellenze locali possano trovare spazio in un mercato sempre più competitivo.

L’atmosfera che si è respirata al Mercato Coperto è stata quella di una comunità consapevole della propria ricchezza e desiderosa di difenderla e rilanciarla. La Festa degli Orti Apicesi non è stata soltanto una vetrina gastronomica ma un laboratorio di idee, capace di mettere in dialogo mondi diversi attorno a un obiettivo comune. Custodire le radici per costruire nuove opportunità di sviluppo sembra essere la sintesi migliore di quanto emerso. Un messaggio che va oltre Apice, passa per l’intero Distretto del Commercio Alto Sannio e raggiunge tutte le aree interne del Mezzogiorno, chiamate a immaginare un futuro che sappia valorizzare tradizione e innovazione come due facce della stessa medaglia.

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