
La nuova legge elettorale non si limita a contare i voti, perché pesa le coalizioni. Premia chi sa presentarsi unito sotto una guida riconoscibile e rischia, nei fatti, di non premiare nessuno.
C’è una vecchia verità che i costituzionalisti ripetono da sempre, e cioè che ogni sistema elettorale è una teoria politica tradotta in norme. La nuova legge non fa eccezione. Dietro la soglia del 42 per cento che fa scattare il premio di maggioranza non c’è soltanto un calcolo aritmetico, c’è una concezione precisa della rappresentanza. Il comando, dice la norma, deve essere annunciato prima del voto e non generato da esso. Chi vuole governare deve arrivare alle urne con un volto, un nome e una gerarchia già definiti. Se ne ricava una tesi che attraversa gran parte del pensiero politico novecentesco. La stabilità non nasce dalla pluralità ma dalla decisione, e la governabilità non discende dalla molteplicità delle voci bensì dalla capacità di una coalizione di riconoscersi in una figura che la interpreti. La leadership smette così di essere un ornamento e diventa la condizione di possibilità dell’intero meccanismo. Una coalizione senza una guida definita non è semplicemente meno competitiva, è incompleta agli occhi della legge.
Su questo terreno le due metà del campo partono da posizioni molto diverse. Il centrodestra ha costruito negli anni una forma di unità che non dipende dalla contingenza elettorale. La sua leadership è stabile, sottratta a verifiche interne, e questo gli consente di presentarsi come un soggetto dotato di continuità. Il centrosinistra vive invece una sospensione identitaria. Non ha ancora stabilito chi interpreti il progetto comune, chi possa essere indicato come guida del governo, chi sia in grado di tenere insieme sensibilità che si percepiscono spesso più come alternative che come complementari. La legge non concede il tempo per sciogliere questi nodi e li considera già sciolti.
A questa asimmetria si somma un dato che appartiene alla fisiologia del sistema italiano, cioè la frammentazione. Le forze che si collocano fuori dalle due coalizioni maggiori, da Vannacci a Calenda, con ogni probabilità Renzi, fino a una costellazione di piccole formazioni che intercettano segmenti mirati di elettorato, sottraggono ai poli quel margine che servirebbe per raggiungere il 42 per cento. Non sono presenze marginali. Sono il sintomo di una crisi più profonda, quella dei partiti che non riescono più a rappresentare interi blocchi sociali. In questo quadro la soglia rischia di diventare un traguardo che nessuno può realisticamente tagliare. E se lo scenario si avverasse, il premio non scatterebbe e la governabilità tornerebbe ad affidarsi agli strumenti di sempre, vale a dire accordi successivi al voto, ricomposizioni parlamentari, allargamenti improvvisati. La legge, nata per garantire stabilità, consegnerebbe al Paese un Parlamento privo di una maggioranza precostituita. È un paradosso che la teoria politica conosce bene. Quando si cerca di imporre la decisione dall’alto, senza una cultura politica in grado di sorreggerla, la decisione si dissolve proprio nel momento in cui dovrebbe manifestarsi.
Ne esce una legge che misura meno la forza elettorale delle coalizioni e più la loro maturità organizzativa. Non valuta la capacità di conquistare consensi nuovi ma quella di non disperdere i vecchi. Non premia chi cresce ma chi non si divide. E in un Paese che da anni fatica a esprimere figure capaci di tenere insieme alleanze complesse, è su questo metro che rischia di giocarsi la vera competizione. Se nessuno supererà la soglia, la norma avrà mostrato il proprio limite, perché per via legislativa non si ottiene ciò che richiede una cultura politica condivisa. Eppure anche in quel limite si rivelerebbe la sua funzione più autentica. Costringerebbe i partiti a interrogarsi sulla propria identità, sulla propria struttura, sulla propria capacità di comando. Non è una legge che distribuisce seggi, è una legge che mette sotto esame la qualità della leadership, e questo giudizio potrebbe pesare più dello stesso voto.







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