Non è solo il Mezzogiorno a doversi preoccupare. Anche Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, che l’autonomia l’hanno chiesta, rischiano di ritrovarsi con responsabilità finanziarie e gestionali più pesanti del previsto. Senza Lep, perequazione e capacità amministrativa, la differenziazione diventa un azzardo.

Si tende a credere che il problema dell’autonomia differenziata riguardi soprattutto le Regioni del Sud, le più esposte al rischio di vedere ridursi risorse e servizi. È una lettura parziale. Anche le Regioni che hanno avviato il percorso, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, potrebbero trovarsi intrappolate in un sistema di obblighi finanziari e gestionali assai più oneroso di quanto oggi si immagini. Chiedere una competenza è un conto, esercitarla con strumenti adeguati, risorse certe e un apparato in grado di sostenerla è un altro.

La letteratura sul federalismo fiscale offre in proposito un avvertimento chiaro. Da Wallace Oates a Richard Musgrave, gli studi che hanno fondato la materia mostrano che il decentramento produce benefici, in termini di efficienza e vicinanza ai cittadini, soltanto a precise condizioni. Occorre una definizione netta delle competenze, perché dove le responsabilità si sovrappongono nessuno risponde davvero di nulla. Occorre un sistema di monitoraggio efficiente, capace di misurare risultati e costi. E occorre una solida capacità amministrativa, perché una funzione trasferita senza le persone e le procedure per svolgerla diventa un peso, non un’opportunità. Musgrave ricordava inoltre che la funzione redistributiva e quella di stabilizzazione restano per loro natura a livello centrale, a tutela dell’equità tra territori.

Il banco di prova italiano è impietoso. Come rileva la Svimez, la capacità amministrativa è diseguale lungo la penisola, i sistemi informativi sono incompleti, la determinazione dei fabbisogni standard è ancora in evoluzione e la perequazione prevista dalla Costituzione non è stata rafforzata. Mancano insomma proprio gli strumenti che dovrebbero consentire di sapere quanto costa garantire un diritto, chi deve finanziarlo e con quali risorse. In un quadro del genere l’autonomia differenziata rischia di generare un caos istituzionale che non risparmia nessuno. Le Regioni più forti potrebbero scoprirsi a gestire funzioni complesse, dalla sanità ai trasporti, senza i mezzi adeguati e con una conflittualità crescente nei rapporti con lo Stato. Quelle più deboli, già in affanno, vedrebbero deteriorarsi ulteriormente la qualità dei servizi.

Quando si parla di danni potenzialmente irreparabili non si ricorre a una figura retorica. È la conclusione che emerge dalla convergenza di analisi economiche, giuridiche e amministrative. Se la riforma procede senza la definizione completa dei livelli essenziali delle prestazioni, senza una perequazione robusta, senza un monitoraggio affidabile e senza una valutazione realistica della capacità amministrativa dei territori, il risultato non sarà un Paese più efficiente. Sarà un Paese più frammentato, più conflittuale e più diseguale. E la frammentazione istituzionale ha una caratteristica insidiosa. Una volta avviata, è quasi impossibile ricomporla, perché ogni competenza trasferita crea interessi, apparati e prassi che resistono a ogni tentativo di tornare indietro.

L’Italia, oggi, non è pronta. Non lo è sul piano tecnico, non lo è su quello amministrativo, non lo è su quello finanziario. Una riforma che incide su scuola, sanità, trasporti, ambiente e lavoro non può poggiare su un sistema che non ha ancora completato le proprie infrastrutture di base. In queste condizioni la differenziazione non è un’opportunità, è un rischio sistemico. E quando un rischio supera la soglia della sostenibilità, il compito della politica non è accelerare ma fermarsi, valutare e correggere. L’unità sostanziale dei diritti non è un dettaglio tecnico da rimandare. È il fondamento stesso della Repubblica.

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